|

J. L. Moreno: una biografia psico-drammatica
Ovvero come un vincolo diventa una risorsa
La mente come teatro, dove lo spazio scenico è usato per la rappresentazione di una trama che non è semplice riproduzione di una realtà esterna, ma dei sentimenti legati ai nodi di significazione relazionale che a essa hanno dato origine I.Fiore - Girolamo Lo Verso
La storia familiare di Moreno, come d'altro canto da lui stesso riferito nell'autobiografia, è intrinsecamente intrecciata con il suo destino quasi karmico di Profeta dello Psicodramma per cui narrerò e qui la narrazione, sarà ovviamente il risultato di informazioni tratte dalla sua autobiografia, ma anche del mio peculiare modo di percepire l'estetica di questa avventura personale e drammatica, che fu lo psicodramma per Moreno, la cui invenzione trovò il suo humus, a mio avviso , nella sua vicenda personale e familiare.
Sulla propria nascita J.L. Moreno ha fornito due versioni, di cui solo una sembra
sia veritiera, e cioè quella fornita dai suoi biografi che la fissano a Bucarest il 18 maggio 1889, e di cui riferisce l'interessato nella sua autobiografia, mentre l'altra data, 1892 è un invenzione psicodrammatica, escogitata come difesa da uno script drammatico potenzialmente patogeno, di cui diremo in appresso.
Lo stesso Moreno diceva, che lo psicodramma della sua vita, aveva preceduto lo psicodramma come metodo e di esserne stato il primo paziente- protagonista
e regista ad un tempo. 1
Ma ritorniamo alla autobiografia di Moreno, da lui stesso narrata, e verosimilmente falsa, in alcuni aspetti, ma..... psicodrammaticamente vera, dove egli riferisce di essere nato in una notte tempestosa, su una nave che attraversava il mar Nero, che avrebbe dovuto avere come meta Costanza in Romania.La nave non aveva una bandiera che ne definisse la nazionalità. “Nacqui come cittadino del mondo, un marinaio che va di mare in mare, di paese in paese, destinato a sbarcare un giorno nel porto di New York.”2
Una profezia, che si autoavvera, in quanto Moreno fu erratico, non solo per la sua attività di psichiatra, psicodrammatista, ma per la sua storia personale , in quanto figlio genitorializzato di una coppia di ebrei sefarditi, non troppo bene assortita.
Infati il padre era un anziano(Moreno Nissym Levi) commerciante di casse da morto e la madre(Pauline),”dagli orizzonti molto limitati,” ...anche se “una grande narratrice di storie, “che aveva appena sedici anni quando egli nacque, e che lo colpevolizzava anche da adulto, dicendogli, che era meglio allevare un cane piuttosto che un figlio.
Una difficile situazione familiare, una famiglia contrassegnata da una scarsa differenziazione tra i membri e quindi da scarsi confini individuali, che egli descrive così. “Le frequenti assenze di mio padre e la sua successiva separazione da noi, mise me, il primogenito, già molto presto in una particolare posizione di autorità.”3
Da questa sgradevole inversione di ruolo, che lo costringeva alla parte di figlio genitorializzato, egli si difese al punto di falsificare la data di nascita, dal 1889 al 1892, in modo da mettere il fratello William (nato veramente nel 1892, l'unico della famiglia con cui egli strutturerà il senso di una profonda appartenenza) nei panni del primogenito, e di rielaborare il suo nome(Jacob Levi) e il suo cognome, invertendo quelli anagrafici di suo padre: Moreno (di nome), e Nissim Levi (di cognome), nel 1925, dopo la morte del padre, quando andò a vivere in America.
Questi fatti di famiglia, di cui egli narra nella sua autobiografia, possono essere ritenuti esemplari dal punto di vista della terapia sistemico-relazionale, di cui egli fu il profeta.4
Moreno nel narrare di sé, spesso verbalizza il disagio per una appartenenza familiare che non lo identificava in alcun modo, sempre alla ricerca di posti dove si potesse star meglio, con conseguente disperazione della madre che lo considerava un po' pazzo, e lui stesso diceva di sé che si può essere pazzi e sani allo stesso tempo, con un messaggio trasversale diretto contro ogni patologizzazione dell’uomo e della sua maniera di essere nel mondo, che metterà in rilievo la Fenomenologia e l’Antropoanalisi, movimenti coevi, non a caso, del suo tempo, che tanto hanno influenzato vari contesti disciplinari del Novecento e più in particolare Psicologia e Psichiatria.
Egli attratto dall'idea di Dio, a cui, come lui stesso dichiara nell'autobiografia, piaceva di essere legato, all' età di circa cinque anni, nel 1894, nella sua casa a Bucarest, in assenza dei genitori, inventò la prima sessione psicodrammatica, interpretando Dio, come protagonista, attorniato, dai suoi piccoli amici, chiamati ad impersonare gli angeli, in una rocambolesca messa in scena, in cui Moreno, si adagiava su sedie affastellate una sull'altra, fino a raggiungere il soffitto, in cima al quale stava il cielo, e quindi Lui.
Da un disturbo dell'identità probabilmente legato ad un impossibile identificazione con un padre, erratico, lontano, sia per i continui viaggi, che per le molte mogli, culturalmente sradicato dalle sue origini di ebreo sefardita rumeno, che non parlava il tedesco, tant'è che pur essendosi trasferito a Vienna nel 1895 con la famiglia, non si integrò mai con la cultura del paese ospitante, eternamente in crisi, probabilmente nacque in Jacob l'idea di rivolgersi a Dio e di trovare il padre in un ideale.
La vicenda familiare di Moreno, si svolge in maniera quasi antitetica a quella di G.Bateson , di cui ho parlato in un precedente articolo,eppure entrambi, per ragioni opposte coinvolti in quel drammatico divieto che è il percorso verso l'individuazione, il primo per un eccesso di presenza paterna, l'altro per un eccesso di assenza.
Un altro episodio che si sarebbe rivelato premonitore, rispetto al futuro inventore dello psicodramma , da lui stesso narrato, riguarda il fatto che egli da piccolo affetto da rachitismo, fu guarito da una zingara.
Infatti, questa, impietosita, nel vedere la madre di Jacob piangente davanti la porta di casa, che metteva in mostra il suo dolore, quasi a chiedere aiuto ai passanti, le consigliò di curarlo, mettendolo nudo su un mucchio di sabbia, al sole. Non solo, profetizzò grandi cose per il bambino, dicendo che sarebbe diventato un grande uomo, e che la gente sarebbe venuta da tutto il mondo per vederlo:così una terapeuta selvaggia guarì,con un probabile forte potere suggestivo il piccolo.5
Anzi questo episodio, quasi karmico, nel portare simbolicamente in nuce, quelli che saranno i temi fondativi dello psicodramma moreniano, e cioè il gruppo, l'azione, lo sguardo, il contatto fisico, la partecipazione pubblica, gruppale, al conflitto, implicitamente suggerisce una riflessione, e cioè, che da una situazione potenzialmente patogena si può approdare “ad un'altro stadio di saggezza”6.
Tra un impossibile appartenenza familiare, perché non ne esistevano le condizioni, come ho già detto, Moreno stesso nella sua autobiografia dice “sfuggii ad un destino di schizofrenia”7, e quindi da uno script drammatico (gli script familiari rappresentano ”le aspettative condivise dalla famiglia di come i ruoli familiari debbano essere rispettati all’interno di contesti differenti) che sembra lo condannasse ad un destino di “paziente psichiatrico” e un bisogno altro di definirsi, di individuarsi (agli antipodi delle pompe funebri....) egli verosimilmente riuscì ad approdare a quell'apprendimento tre, attraverso “quel caos dove il pensiero diventa impossibile per la sua creatività interiore, che insieme alla spontaneità , diede luogo all’invenzione psioco-drammatica.
Ma ritorniamo a Moreno, nel momento in cui, il padre, nel 1904 trasferisce la famiglia a Berlino, egli, dopo un pò di tempo, preferisce tornare a Vienna, dove per mantenersi, fa il precettore.
Nel frattempo, la madre separatasi dal padre, lo raggiunge insieme agli altri fratelli, ma la convivenza familiare si rivela molto difficile: i fratelli e
le sorelle, guardano Moreno con soggezione e paura, considerandolo, folle, egli dal suo canto, si sente sempre più estraneo nei loro confronti.
Intanto inizia a interessarsi di letteratura religiosa, filosofica,ed estetica, accostandosi ad autori come Spinoza, Cartesio, Leibniz, Kant, Schopenauer, Nietzsche e a romanzieri come Dostoievskij , Tolstoj, quei classici che soli insegnano la discrezione, il rigore, l'humanitas, necessari per affrontare la discesa agli inferi, ineludibile, per chi si confronta con il magma delle proprie e delle altrui emozioni.
Dalle letture di questi filosofi e letterati, Moreno trae alcune considerazioni, che poi caratterizzeranno la modalità esperenziale del suo approccio psicodrammatico, in ordine al fatto che tutti questi grandi affrontavano si i grandi temi dell'esistenza, pronunciavano sermoni, predicevano il disastro, “ma nessuno saltò fuori dal libro per tuffarsi nella realtà”.
Il tema, quindi, diretto al dramma, all'azione (drama, drein: l'agire, il fare fra e insieme agli altri) alla pragmatica delle emozioni agite sul campo, sarà fondamentale per Moreno, che inizierà, lavorando con i bambini, ancora giovane studente di medicina a Vienna, nel 1908, interpretando ancora Dio, nel grande giardino ad Augarten.
Egli, seduto ai piedi di un albero, circondato dai piccoli, attratti da lui, come un flauto magico....., come riferisce nella sua autobiografia, attraverso le fiabe raccontate ai bambini, cercherà di portare un idea vivente di Dio all'interno della civiltà moderna, attraversata dall'ateismo, e dall'agnosticismo.
Il suo lavoro sarebbe stato così una dimostrazione contro la teoria psicanalitica dei geni e degli eroi, allora rampanti a Vienna, che dicevano tutti di essere pazienti un pò matti.
Alla fine, egli voleva dimostrare (questo è il pensiero tratto dalla sua autobiografia)che un uomo con tutti i segni della paranoia, della megalomania e dell'esibizionismo, con un “delirio mistico”che lo avrebbe potuto trasformare in nuovo caso Schreber! e con altre forme di cattivo adattamento sociale e individuale, poteva essere sufficientemente ben controllato e sano.
Addirittura, si proponeva come l'antitesi vivente della dottrina psicoanalitica, con cui fu sempre in polemica, e come protagonista, nella sua stessa vita, dello psicodramma.”L'unico modo per liberarsi della sindrome di Dio è rappresentarla”.
Egli racconta che, Freud mentre egli frequentava una sua lezione,nel 1912 a Vienna, quando gli altri studenti se ne erano andati, scelse lui e gli chiese cosa facesse. Moreno rispose, che mentre lui, Freud, incontrava i suoi pazienti nell'artefatto dell'ambulatorio che era il suo studio, lui li incontrava nel loro ambiente naturale.
Inoltre Freud analizzava i loro sogni, mentre lui, Moreno, cercava di infondere loro il coraggio di sognare.
Anzi significativamente nella sua autobiografia diceva che la psicanalisi e la teoria kraepeliniana lo lasciavano indifferente.... il vero guaritore è un protagonista spontaneo, al centro del gruppo, come Gesù, Budda, Socrate, Gandhi, che Freud avrebbe catalogato come pazienti.,...probabilmente compreso lui, aggiungo io:l'allusione a se stesso, tra l'altro appare chiara.
Anche se, per quanto attiene la polemica con la psicanalisi, è necessario farne una lettura contestuale e storica, nel senso che, Moreno, rifiutava la psicanalisi perchè gli psicanalisti a quel tempo dicevano di non “voler mescolare il puro oro dell'analisi con il vile metallo di tutte le altre psicoterapie,” ma in realtà egli riconosceva “la sua anima analitica,”pur ovviamente, non perdendo di vista le profonde differenze tra i fondamenti teorici di tipo metapsicologico della medesima e di tipo fenomenologico viceversa dello psicocdramma.
Sottolinea in proposito, Paola De Leonardis, come “Moreno stesso rivendichi esplicitamente e non ironicamente l'appropriatezza del termine analisi riferito allo psicodramma, nel senso, che come nella psicanalisi, attraverso la rappresentazione psicodrammatica si fa dell'archeologia oltre che dell'architettura;si riattiva il passato, lo si esplora, lo si ricostruisce insieme al soggetto; si attiva il confronto con parti interne, anche arcaiche, sconosciute e nascoste, si scoprono ruoli formati o abbozzati, ma non riconosciuti dal soggetto”
Come non scorgere, somiglianze, con la narrazione sistemica, di cui ho parlato nel capitolo precedente, seppure in un setting profondamente diverso?
Quanto detto, anche se all'analisi discorsiva di Freud, Moreno contrappose l'agire, il drama, all'interno di uno scenario, quello della vita, che ha il gruppo come supporto al singolo, e tra l'altro come osserva, a mio avviso, giustamente, Diego Napolitani “Nella vita psichica del singolo l'altro è regolarmente presente, come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico, e pertanto, in questa accezione, attraverso la relazione telica più ampia ma indiscutibilmente legittima, la psicologia individuale è al tempo stesso psicologia sociale.”
Su una scia, che privilegiava l'azione e la rappresentazione, Moreno, appena ventenne, giovane studente di medicina, aveva, infatti preso in carico una ragazzina difficile, bugiarda incoercibile, di nome Elisabeth Bergner, che la madre gli aveva affidato, per l'aura di magico di guaritore che già accompagnava la sua immagine.
Moreno intuì che la bambina aveva un forte talento teatrale, per cui consigliò alla madre di iscriverla ad una scuola di arte drammatica, il risultato fu, che questa superò il conflitto familiare e divenne un attrice affermata delle scene tedesche.
Quest'episodio è significativo, rispetto al metodo adottato da Moreno, che riuscì a risolvere un conflitto psichico e relazionale potenzialmente patologico, canalizzandolo in positivo, attraverso l' interazione con gli altri.:un vincolo, in altri termini diventa una risorsa.
Lo Psicodramma in situ

In nuce si trattava già del cosiddetto “psicodramma in situ che egli come giovane medico neolaureato(si laureò in medicina a Vienna nel 1917) esperenziò, poi, fuori da un setting terapeutico propriamente detto, ma nel kairòs del vivere e cioè dovunque la vita fosse vissuta, ponesse conflitti e cioè tra marito e moglie, genitori e figli ecc.
Anzi pare, che spesso Moreno, affrontasse i problemi familiari dei suoi pazienti, elaborando diverse tecniche di rappresentazione dei conflitti discutendone apertamente con gli interessati, e facendo in modo che la riattualizzazione di episodi penosi potesse portare ad una elaborazione della tensione, verso il cambiamento.
Questa terapia della famiglia con metodo attivo, venne definita da Moreno
”teatro reciproco,”dove ognuno diventava agente terapeutico per l'altro,
attraverso la relazione telica che Moreno definisce”l’unità sociogenica , che serve a facilitare la trasmissione della nostra eredità sociale. Esso è una struttura primaria della comunicazione interpersonale in parte filogeneticamente trasmessa, ma che per esprimersi ha bisogno
di un catalizzatore e cioè la spontaneità.
Il tele è la base di tutte le relazioni spontanee e creative, in quanto espressione propria dell'essere umano ad entrare in relazione emozionale con i suoi simili,
è un organizzazione fisiologica legata a processi affettivi, che vanno dall'attrazione al rifiuto, viene proiettato a distanza ed è a differenza dell'empatia, reciproco.
L'osservazione dei gruppi, sembra presentare ridondanze, tali da far ritenere che i contatti fisici fra gli individui fossero all'origine molto stretti, e che solo attraverso una maggiore specificità del sistema nervoso, con lo sviluppo del telencefalo e dei telepercettori, gli esseri umani si sono emancipati.
Ciò nonostante, “il legame che univa i membri di un gruppo non è stato spezzato. Ne sussistono certe vestigia, le quali rappresentano forse una protezione in circostanze critiche”
Successivamente, per due anni dal 1915 al 1917, si occupò come medico di un campo di profughi italiani a Mittendorf, dove studiò le relazioni del gruppo, ponendo le basi del sociodramma, che consente di osservare le dinamiche di attrazione e rifiuto nel gruppo, compresa la leadership, e che prefigura l'approccio sistemico relazionale,secondo me.
Dal 1918 al 1922 pubblica la rivista Daimon, alla quale partecipano Max Brod, grande amico di Franz Kafka e il più autorevole dei suoi biografi, Alfred Adler, Martin Buber, con il quale Moreno trovò gradi affinità di pensiero, proprio in ordine ad alcuni temi fondamentali dell'esistenza umana , che riguardano la relazione tra uomo e uomo e cioè che l'uomo si definisce come persona e come soggettività, solo nella relazione io-tu .
Se il soggetto rimane semplice osservatore, del suo simile, la relazione si struttura tra un io e un ciò dando luogo alla manipolazione dell'altro, al predominio, alla dipendenza, che può sfociare in una patologia vera e propria.
Questo modo strutturalmente se non ontologicamente relazionale di concepire il rapporto con l'altro, esiterà nello Scritto”Invito a un incontro,” dove egli comporrà addirittura dei versi intitolati, “Motto “, che rappresentano veramente la quintessenza della sua estetica della conoscenza per sensibilità, proprio attraverso la relazione.....”un incontro di due: occhi negli occhi, volto nel volto. E quando tu sarai vicino io coglierò i tuoi occhi e li metterò al posto dei miei e tu coglierai i miei occhi e li metterai al posto dei tuoi, allora io ti guarderò coi tuoi occhi e tu mi guarderai coi miei.”
Ritengo che questa sia la massima espressione della relazione telica, di cui ho prima accennato, e dell'estetica della relazione, tanto cara a Bateson, e alla Sistemica.
Il concetto di incontro, una sorta di struttura che connette gli esseri umani è un caposaldo della teoria moreniana, in quanto fenomeno relazionale dotato di un grande potere alchemico, in ordine al cambiamento, proprio, della cosiddetta “religione dell'incontro”(movimento umanitario creato da Moreno, a Vienna, con alcuni seguaci tra il 1908 e il 1914 con fini anche terapeutici fondati su incontri di gruppo) attraverso cui una persona può diventare agente terapeutico di un altra persona, come abbiamo detto.
Da ricordare, perchè certamente significativo rispetto al concetto di storia che ho enunciato a proposito della narrazione sistemica nel precedente articolo, che la rivoluzione psicodrammatica di Moreno sorse a cavallo tra il XIX e il XX secolo, epoca in cui nacque il cosiddetto teatro naturalistico e il teatro impressionista, quest'ultimo, in particolare centrato sul mondo interiore e la soggettività dell'uomo:basti pensare ad August Strindberg, Frank Wedekind, Artur Schnitzler, che fece parte della redazione del giornale Daimon fondato da Moreno.
In questo particolare humus culturale, di grande rivoluzione artistica e antiborghese, che caratterizzò la nascita del Teatro moderno, in cui si faceva strada appunto, la nozione di verità soggettiva, che divenne centrale nella concezione di Moreno, sorse lo psicodramma, teatro terapeutico, vera mimesi di una trasfigurazione di senso del teatro tradizionalmente inteso.
Di particolare rilievo, per la corrispondenza tra la concezione del nuovo teatro e le elaborazione psicologica che ne fece Moreno, in ordine ai concetti di creatività e di spontaneità, fu la poetica del teatro del suo tempo, che trovò la suggestiva esposizione di Stanislavskij, attore regista e teorico teatrale russo. ( nato a Mosca nel 1863 ed ivi morto nel 1938)
Egli studiò soluzioni con gli attori, con improvvisazioni e ricerche sulla gestualità, approfondì , inoltre, ricerche su voce, movimento, rapporto tra testo e psiche dell'attore e nel suo “Il lavoro dell'attore su se stesso.”
Descrisse infatti, il proprio metodo, come addestramento all'espressione autentica e spontanea, attraverso l'elaborazione di tecniche atte a sviluppare la creatività, portando alla luce il “sé magico” che ciascuno possiede, e che è la risultante delle proprie esperienze emotive personali.
Moreno tenne, però, a precisare, che il suo teatro della spontaneità non aveva alcun rapporto con il metodo Stanislavskij, in quanto l'improvvisazione legata alla spontaneità propugnata da quest'ultimo, era funzionale a rivitalizzare la conservazione culturale, a produrre un grande Romeo e un grande Lear, e non a provocare cambiamento.
Moreno, in altri termini aveva capito che il teatro, poteva diventare un potente mezzo estetico, atto a curare e ad innescare il cambiamento, facendone una pratica terapeutica, che doveva coniugare la rappresentazione scenica di tipo teatrale e il mondo tragico della sofferenza del malato psichico:da un teatro trasportativo a un teatro trasformativo!
Da rammentare, d'altro canto, che sin dai suoi primordi, il Teatro aveva messo in scena la sofferenza, umana, ineludibile compagna dell'esistenza, basti pensare alla tragedia greca, che come diceva Aristotele era suscitatrice negli spettatori di quei sentimenti estetici, che sono pietà e terrore, generatori di una catarsi liberatoria, attraverso un meccanismo di proiezione e di identificazione con i personaggi del dramma.
Nel corso del XVIII secolo e del XIX secolo, in psichiatria, erano stati sperimentati tentativi di cura, sia da parte del marchese de Sade, che dei professori Reil e Hoffbauer, attraverso il teatro su pazienti, chiamati però a rappresentare, destini a loro estranei, con scarso successo.
Quindi, forse, più vicina alla concezione moreniana di un nuovo teatro, è quella proposta da Antonin Artaud, che segna un momento decisivo nella storia del teatro del Novecento, attraverso “Il teatro e il suo Doppio,”testo pubblicato nel 1938:il doppio del teatro è la vita stessa, la cui presentazione e non la rappresentazione può consentire di scoprire il vero spettacolo.
In questi climi emotivi, in queste atmosfere ricche di nuovi fermenti culturali, che attraversano l'inquieta Mitteleuropa, Moreno, fondò appunto lo Stegreiftheater, il teatro della spontaneità, dove egli condusse drammatizzazioni a canovaccio, muovendo dai suggerimenti forniti dal pubblico, in modo che alla drammaturgia si sostituisse la creaturgia:ogni spettatore diventava creattore delle proprie battute;cade, così la quarta parete, e quindi tra palco e platea si crea un interscambio.
Questo fu lo scenario in cui organizzò la prima sessione psicodrammatica ufficiale, in un famoso teatro il Komodienhaus, senza attori e senza testo, davanti a un pubblico di più di mille persone.
L'intento di Moreno era quello di curare una sindrome culturale patologica, nella Vienna del dopoguerra, dove non c'era nessun re, nessun leader, e l'ultimo monarca asburgico era fuggito in Italia.
Quando si alzò il sipario, il palcoscenico vuoto aveva come solo ornamento una poltrona rossa e dorata, dallo schienale alto e imponente che sembrava il trono di un re.
Erano presenti politici, ministri scrittori, che Moreno invitò a salire sul palcoscenico, per recitare la parte del re, e quindi il dramma collettivo di un Austria lacerata dai conflitti, alla ricerca della propria anima.
Tutti si affollarono su quel palcoscenico vuoto, che però restò “vuoto,” perchè nessuno significativamente riuscì a dare vita a “quel trono”: fu un fiasco.... rivelatore della crisi, e cioè dell'effettivo vuoto di potere che logorava la Vienna post asburgica.
Moreno, intanto, nell'Austria in cui si diffondeva il nazionalsocialismo, come ebreo, cominciò ad avere serie difficoltà, che egli esplicita nella sua autobiografia, narrando di un episodio di aggressione, in cui per difendersi da un nazista che lo aveva apostrofato come “ebreo,” nello sferrargli un pugno, riuscì a metterlo in fuga attraverso quasi “un incantesimo carismatico”.
Quì è interessante, come Moreno qualifica l'episodio, sottolineando il potere connotativo della parola, che con i suoi rinvii di senso, definisce la relazione e le sue regole...”Che il Mosè storico fosse egiziano o ebreo, è irrilevante:divenne ebreo nel momento che abbattè quell'egiziano. Allo stesso modo divenni ebreo nel momento che in cui atterrai quel nazista.”
Quest'episodio, però, gli fa comprendere che è venuto il momento di lasciare l'Austria, per cui nel 1925 si trasferisce in America, a Beacon.
Quì aprirà nel 1936, il suo primo teatro terapeutico presso il Beacon Institute, articolato in Centro terapeutico, Centro di formazione e Centro di produzione editoriale, dedicato alle sue opere.
Introduce la psicoterapia di gruppo, settore molto diffuso in America, e mette a punto la sociometria, negli anni 30, funzionale allo studio delle relazioni interpersonali e delle caratteristiche psicosociali di una collettività.
Quest'ultima tecnica, sperimentata su ragazze ricoverate in un riformatorio americano e sui detenuti del carcere di Sing Sing, è tuttora utilizzata in molti contesti socio-educativi.
Pubblica tre volumi sullo psicodramma, oltre ad un giornale sulla psicoterapia di gruppo, e riesce a diffondere il suo metodo in tutto il mondo, ma soprattutto in USA e in America latina.
Vorrei concludere con le stesse parole con cui Moreno chiude la sua autobiografia e che sembrano riecheggiare il tema della struttura che connette, di batesoniana memoria, tutti gli esseri viventi con l'universo intero, in una sorta di religiosa immanenza...”la domanda finale è come concretizzare l'immagine di Dio Padre.
Un modo di espandersi quando si ha solo un semplice corpo di uomo è essere l'intero universo, “espandersi come esso, avere più cervello, più occhi, più braccia più gambe, più polmoni, più cuore. Un' altro modo è di accogliere tutto ciò che è già universo, tutta la gente, riunirla, tutto ciò che è separato, uomo e donna, uomo e animale, uomo e pianta, uomo e pianeti e stelle, integrazione del mondo.”
Questa era la sua identificazione con Dio Padre, da cui aveva mutuato quella spontaneità e quella creatività, con cui era riuscito ad approdare a quell'apprendimento 3, al suo script psicodrammatico, senza cadere “lungo il margine della strada”, come Martin Bateson, finendo tra coloro cui “spesso la psichiatria attribuisce la qualifica di psicopatici,” anzichè a quella categoria cui appartiene più spesso il genio, come nel caso di Moreno, la cui migliore connotazione vorrei ancora trarla da una riflessione di G. Bateson, per la forte risonanza estetica che riesce a conferire alla vicenda umana e psicodrammatica del Nostro.. “Per altri più creativi, la risoluzione dei contrari rivela un mondo in cui l'identità personale si fonda con tutti i processi di relazione, formando una vasta ecologia d'interazione cosmica. Sembra quasi miracoloso che alcuni di costoro possano sopravvivere, ma forse alcuni sono salvati dall'essere spazzati via in un empito oceanico di sensazioni dalla loro capacità di concentrarsi sulle minuzie della vita:è come se ogni particolare dell'universo offrisse una visione del tutto.
Questi, sono coloro per cui Blake scrisse il famoso consiglio in Auguries of Innocence e cioè “Vedere il Mondo in un granello di sabbia,/e un Paradiso in un fiore selvatico/racchiudere l'Infinito nella palma della tua mano/ e l'Eternità in un ora.”
1 2002 Jacob Levi Moreno, Il profeta dello psicodramma, Di Rienzo Editore, pag.38
2 ibidem pag 14
3 ibidem pag 22
4 ibidem , dalla prefazione di Ottavio Rosati pag. 8
5 ibidem pag 9
6 G.Bateson, Una sacra unità, op. citata, pag 422.
7 Dall'autobiografia,pag 37
8”John Byng –Hall, Le Trame della famiglia, Ed Cortina 2006 pag1
Dall’autobiografia op. citata, pag.34
, 2004 G.Gasca, Psicodramma Analitico,pag.52, ed Franco Angeli
1987, Diego Napolitani, Individualità e gruppalità, pag 260, Bollati Boringhieri, Torino,
1980, Moreno, Il teatro della spontaneità, Nuova Guaraldi, Firenze,, pag. 235
Grete Anne Leutz, Rappresentare la vita, pag 36, ed Borla
IL Profeta dello psicodramma, op citata, pag. 109
1976, G. Bateson , Verso un ecologia della mente, ed Adelphi , pag 335
|
|
Le famiglie del terzo millennio:alcune questioni di senso
La consuetudine è una seconda
natura che distrugge la prima
Blaise Pascal
La famiglia o per meglio dire le famiglie che la società del terzo millennio ci ha prospettato pur all’interno di profondi cambiamenti resta il luogo, e questo è un topos incontrovertibile, delle relazioni a più alto contenuto emotivo, luogo dei grandi affetti ma anche dei grandi conflitti, commedia e dramma di cui ognuno è ad un tempo regista attore spettatore, secondo i casi.
Oggi alla famiglia del terzo millennio, per i profondi rivolgimenti subiti sia a livello fenomenologico, attinente quindi i modi attraverso cui si è organizzata, sia a livello rappresentazionale e cioè i modi condivisi attraverso cui si è definita nel contesto sociale si richiede di ri-tessere la trama della sua storia. Ma quale trama?
Non certo tirando una riga sul passato, bensì, sapendo contemperare il vecchio e il nuovo e quindi riaffermando ancora la vitalità dell’istituto familiare, a patto di non riproporre i vecchi conflitti.
Ora Vediamo i possibili modi con cui essa è pensabile e configurabile oggi, ponendo l’accento sui non pochi problemi che ciò comporta
Iniziamo dagli anni sessanta: Jackson immagina un marziano che volando di sera nel cielo delle nostre città osserva incuriosito alcune persone sedute in un salotto.
Egli facendo capolino non visto dalla finestra, immagina il Nostro, osservando le ridondanze interattive(modelli interattivi ripetitivi) intuisce e scopre quali sono le regole attraverso cui si strutturano i rapporti tra quelle persone.
Come quel marziano, conclude Jackson anche il ricercatore , nella posizione di osservatore esterno, può attraverso la rilevazione delle sequenze interattive che caratterizzano una famiglia, individuare le regole attraverso cui si definiscono le relazioni e il relativo funzionamento.
Negli anni sessanta, infatti la domanda per gli studiosi di dinamiche familiari si fondava sul come funziona la famiglia e attraverso quali metodi fosse possibile analizzarla.
Nei primi anni novanta troviamo un altro extraterrestre, questa volta immaginato da Gubrium e Holstein , il quale già acculturato dalle riflessioni epistemologiche di quegli anni, ha capito che l’interrogativo a cui bisogna rispondere non è più quello su come funziona la famiglia, considerato lo scenario profondamente mutato, bensì su cosa si debba intendere per famiglia. Come fare?

Per riuscire a rispondere a questa domanda riesce a dotarsi di alcune fotografie che raffigurano delle famiglie , incuriosito vorrebbe conoscerle dal vivo va in giro per la città ad osservare le persone.
Ma l’osservazione lo confonde e non gli è di nessun aiuto, perché all’extraterrestre, immaginato da Gubrium e Holstein sembra che qualunque gruppo di persone assomigli a quelle delle foto e che possa essere famiglia .
L’unico gruppo un po’ stonato gli sembra questo , troppo statico e tra l’altro abbigliato in maniera strana ed è quello rappresentato della famiglia patriarcale allargata, che proprio non la trova da nessuna parte.

Famiglia patriarcale allargata

Famiglia nucleare

Coppia di fatto

Famiglia ricomposta o plurinucleare

Coppia mista

Famiglia immigrata
 Famiglia con figli adottivi

Coppie omosessuali

Famiglia monoparentale
Il nostro extraterrestre fa una ricerca, ma la letteratura scientifica e i dizionari danno definizioni diverse e la letteratura specializzata offre una grande e variegata concettualizzazione sul tema, che va da quella più tradizionale che identifica gruppi di persone connesse da legami di sangue , di matrimonio , di adozione, che vivono insieme , a quella di coppie di fatto conviventi, a quella di parenti , come fratelli , a quella del genitore singolo a coppie sposate che non coabitano , a coppie senza figli, a coppie omosessuali ecc.
L’extraterrestre, a questo punto pensa che la cosa migliore sia intervistare le persone chiedendo cosa esse intendano per famiglia e scopre che né le definizioni legali, né quelle biologiche costituiscono cornici di senso per una comprensione esaustiva di detta locuzione, per cui è costretto alla fine a chiedersi “è possibile che “famiglia “sia quello che risulta dall’uso che le persone fanno del termine famiglia?
Mi sembra importante a questo punto riflettere sul significato etimologico del temine famiglia , perché come ci ricorda il filologo classico Maurizio Bettini,(Le orecchie di Hermes) l’etimologia di una parola non è altro che il suo racconto, e come tale dischiude orizzonti di senso che la quotidianità ha in certi momenti offuscato, o per meglio dire l’evoluzione storica e socio-culturale ne ha fissato il senso in quel particolare momento e in un certo modo attraverso la lingua d’uso, pur mantenendone l’essenza.
D’altro canto come dice Wittegenstein” Un significato di una parola è un modo del suo impiego… è quello che impariamo quando la parola viene incorporata per la prima volta nel nostro linguaggio …e per questa ragione … tra i concetti di significato e di regola sussiste una corrispondenza”(Wittegenstein, Della certezza)
Comunque il linguaggio non è solo un modo di rappresentare l’esistente , ma anche un modo per creare la norma in base alla quale valutare l’esistente. Attraverso il linguaggio si costruiscono e ricostruiscono gli stereotipi sociali e quindi anche quelli relativi alle famiglie.
La parola …è la cosa nominata?
La scelta dei termini non è una scelta formale in quanto diventa un opzione teorica epistemologica e metodologica, come vedremo successivamente.
La parola famiglia deriva dall’italico famel ,[1] in osco faam, che significa casa.
Gallo Barbisio, evidenzia la somiglianza tra i concetti di famiglia e di casa riferendo l’opinione di alcuni studiosi che ne mettono in evidenza una radice indoeuropea, come Della Casa, che indica la radice indoeuropea dha da dhaman casa che diventa da,(con il delta greco) che significa porre, da cui il verbo tidhemì che significa fissare.
Questi significati non possono non far riflettere sul fatto che l’etimo della locuzione famiglia non connota una dimensione biologica bensì relazionale,cioè la casa dove vivere insieme, dove fissarsi senza alcuna allusione a vincoli di parentela e o di consanguineità. Un esempio è dato dalla famiglia romana che di fatto comprendeva i famigli , che vi facevano parte per il sol fatto di abitare nella stessa dimora, al di là dei legami di sangue, come d’altro canto il famulus cioè il servo di nascita, colui che vive nasce ed abita nello stesso luogo.
Nelle lingue semitiche è certo un collegamento con il cibo, il nutrimento, mentre la radice indoeuropea dhaman e l’osco umbro faam alludono ad un significato di contenimento e di protezione , concetti alla fine abduttivamente assimilabili per somiglianza concettuale
Vediamo di riflettere su ciò che è accaduto.
Perché il passaggio dalla famiglia allargata patriarcale a quella nucleare è stato accolto dalla comunità sociale con grande enfasi e considerato anche dalla comunità scientifica come una interessante innovazione, al contrario di quanto è accaduto per le nuove forme di famiglia testé indicate e che lasciano tanto perplesso il nostro extraterrestre ?
E’ verosimile che le nuove forme familiari siano risultate difficili da integrare nel senso comune , ma anche nella conoscenza scientifica , perché propongono una epistemologia , una weltanschauung rispetto a modi d’essere, estranei al costrutto di famiglia che la comunità sociale aveva profondamente internalizzato. Infatti nei paesi occidentali la forma più diffusa e condivisa di famiglia è stata quella nucleare con coppia eterosessuale e figli biologici.
Tra l’altro, la ricerca psicosociale ha registrato lo stretto rapporto tra conoscenza scientifica e conoscenza ingenua tra loro strettamente embricate al punto che è stato riscontrato attraverso lavori documentati che la tipologia dei pregiudizi emersa dalle indagini scientifiche non è diversa da quella che caratterizza la cultura di senso comune, verosimilmente rinforzantesi vicendevolmente
Da sottolineare inoltre che la percezione della famiglia nel senso comune così come risulta da indagini scientifiche condotte in questo campo negli anni 90 ha messo in evidenza che:
- l’appartenenza familiare costituisce un fattore saliente nella percezione della persona, per cui l’essere membro di una famiglia nucleare viene valutato più positivamente che l’essere membro di una famiglia a forma diversa;
- gli stereotipi familiari influenzano il modo in cui i membri di famiglie diverse da quella tradizionale percepiscono se stessi, al punto da condizionare , almeno a quanto risulta da ricerche empiriche e osservazioni condotte in ambito clinico il funzionamento familiare
Di fatto nel corso dell’ultimo secolo, si sono intrecciati tre fenomeni tra loro interconnessi e cioè una sorta di isomorfismo tra i modi con cui le famiglie si sono storicamente organizzate, quindi il livello fenomenologico, l’attribuzione di senso condivisa nel contesto sociale che costituisce il livello rappresentazionale ed infine i modelli di analisi e di spiegazione adottati per lo studio delle dinamiche familiari cioè il livello teorico.
Non a caso l’indagine epistemologica e metodologica almeno fino all’inizio degli anni 80 rivolta all’analisi delle dinamiche familiari ha messo in evidenza la presenza del pregiudizio rispetto a forme familiari diverse da quella nucleare, bianca , con coppia eterosessuale e figli biologici.
Detta unicità di riferimento ha di fatto relegato famiglie diverse da quella nucleare nell’area della devianza e della marginalità. Questo isomorfismo ha portato ad una naturalizzazione dell’oggetto famiglia al punto da far sembrare naturale un processo che è stato socialmente e culturalmente costruito, al punto che la famiglia nucleare non è stata più una delle tanti modi di essere famiglia ma è diventata la famiglia.
Non è un caso che gli studiosi si confrontino in tal senso su posizioni diverse quindi all’interno di altrettanto diverse prospettive teorico epistemologiche.
Infatti c’è chi ritiene che estendere il termine famiglia alle nuove forme sia un’operazione confusiva che porta di fatto alla vanificazione del suo significato
C’è chi ritiene che utilizzare il termine famiglia non connotando e non comprendendo le varie forme con cui esso si esprime non è più significativo della grande varietà di legami che esso emblematizza nella società contemporanea .
C’è infine chi, e questa mi sembra la posizione che meglio risponda ai mutamenti sociali, facendosi interprete delle trasformazioni sociali, che non possono essere tout court relegate in contesti di marginalità e di devianza, propone il mantenimento del termine famiglia rideclinandolo al plurale famiglie
In altri termini bisogna scegliere tra una prospettiva normativa che muove dal presupposto dell’esistenza di una specificità familiare e una fondata su una prospettiva pluralista che muovendo dal modello della differenza identifica nella molteplicità delle specificità familiare il nuovo modello di famiglia.
Muovendo dalla prospettiva pluralista, si guarda alle specificità che caratterizzano i diversi modi del familiare , non più come espressioni differenti dalla forma nucleare , in quanto quest’ultima diventa uno dei tanti modi…. di essere famiglia.
Ritengo che detta premessa , soprattutto per chi si occupa di famiglia nei servizi e quindi gli operatori sociali in genere che agiscono il forte potere prescrittivo delle connotazioni, debbano attenzionare in particolar modo l’uso del linguaggio e quindi evitare termini ad alta valenza patologizzante di tipo riduzionistico volta ad operare pericolosi parallelismi quali diversità strutturale =patologia familiare.
Il tutto senza sottovalutare il fatto che anche queste famiglie come altre famiglie possono presentare problemi e che la ridefinizione dei codici linguistici non deve certamente nascere dalla speranza che… così i problemi spariscono, …come attraverso un gioco di prestigio.

Per quanto detto ritengo che i modelli di analisi ed anche i metodi di intervento rispetto alle problematiche inerenti le varie tipologie di famiglia , non sono più adeguate a fornire risposte funzionali sia rispetto all’impianto teorico-metodologico da utilizzare , sia rispetto ai rimedi necessari alla qualità della loro sopravvivenza.
A questo punto il problema non va posto come contrapposizione tra vecchio e nuovo e quindi non più o…o …ma e….e , cioè famiglia nucleare e famiglia multinucleare
Ancora alcune considerazioni: i codici linguistici tra ricambio e ritardo culturale
Il linguaggio costruisce la realtà per la profonda carica di normatività cui rinvia.
Pensiamo per esempio al linguaggio pesantemente squalificante che il termine matrigna evoca nell’immaginario collettivo quando ci rinvia quasi icasticamente la figura venefica della matrigna di Biancaneve che stringe in mano la mela avvelenata diretta ad uccidere l’ignara fanciulla:una metafora avvelenata.

Possiamo continuare con questa semantica non meno squalificante rappresentata dall’uso altrettanto avvelenato delle locuzioni…. patrigno, figliastro/a sorellastra/fratellastro, con i quali si allude ai componenti di famiglie ricomposte.
Anche le famiglie con un solo genitore sono state etichettate come famiglie incomplete, famiglie senza padre, famiglie disgregate e chi più ne ha più ne metta
E poi che dire sempre nella cornice delle famiglie con un solo genitore, quando l’altro è defunto, del termine orfano-a, (dal greco orphanòs che significa privo) ha tradizionalmente dischiuso nell’immaginario collettivo scenari che ci rinviano a ritratti di bambini tristi e angosciati, in cui sembra che la perdita subita ,li condanni ad abitare il mondo attraverso il marchio di una eterna mancanza , di una privazione, appunto che li connota….. come mancanti di qualcosa essi stessi?

orfani
Spesso non si riflette che attorno ad essi può anche esistere una rete relazionale estesa, rappresentata per es dai i nonni , dagli zii, oltre al contesto sociale di appartenenza che può diventare insieme al genitore superstite, base sicura che intreccia ed integra nella trama simbolica della storia della famiglia sia il genitore defunto e sia altri affetti.
Allora che senso ha l’etichetta in questione se non di rinforzo degli stereotipi che si aggirano ancora come fantasmi, per denotare situazioni , ma soprattutto per connotarle nonostante spesso sono vuote di senso
La lingua d’uso si sa, rinvia ai modi del suo impiego, come ho detto, e quindi indica la rappresentazione di come socialmente viene considerata la separazione della coppia e ancor più una seconda unione.
In altri termini bisogna uscire dall’idea di famiglia come inscindibilmente legata all’idea di nuclearità che ha pervaso tutta la cultura occidentale, utilizzando anche altri codici linguistici
Per esempio dire famiglia ricostituita o famiglia ricomposta non è la stessa cosa. Infatti la famiglia ricostituita rinvia implicitamente all’idea di nuclearità, in quanto comprende il genitore affidatario , il nuovo partner e i figli, conseguentemente , costituisce un tentativo di reintegrare il modello conosciuto senza tener conto della separazione come evento che ha ridefinito il senso delle relazioni e la storia familiare…in altri termini come se si partisse da zero.
Invece l’idea di ricomposizione allarga la prospettiva fino ad includere l’intera rete che forma la costellazione familiare che dopo la separazione e la formazione di nuove coppie ha assunto la forma plurinucleare.
Il concetto di famiglia ricomposta propone la questione della ricomposizione familiare in una maniera che sposta l’asse dalla separazione dei coniugi e dai legami biologici all’intreccio comunque presente tra legami biologici e legami simbolici.
Cosa significa?
Significa, se riflettiamo un po’ che una seconda unione, sia che si formi in seguito a un divorzio sia in seguito alla morte di un partner non sostituisce, né tanto meno cancella… l’unione precedente, cioè non si riparte da zero, annullando la trama precedente, ma si riconnette ad essa.
I legami che si sono storicizzati nel tempo, presente il partner precedente -genitore separato o defunto diventano parte integrante della storia della famiglia e delle relazioni tra i suoi membri , dalle quali non si può prescindere perché esse continuano ad essere significativi nella prosecuzione della trama, attraverso cui si declineranno le dinamiche relazionali in itinere che non possono non comprendere il primo con-esserci. e attraverso esso stesso.
Anzi ritengo, che la ricomposizione per se stessa rinvia a processi di riparazione, che spingono ad elaborare meglio rimpianti e risentimenti portando alla luce nuovi significati di positività. Si attiva la poiesis, la creatività verso nuove soluzioni che consentono secondo i casi, di poter continuare ad abitare il mondo , se non altro in maniera meno frustrante e più adeguata alle propria istanze interiori
Ciò significa che bisogna uscire dall’ idea di famiglia-nucleo per avvicinarsi viceversa all’idea di multifocalità dei legami familiari, concetto che chiarirò meglio in appresso.
Famiglia monoparentale
Anche il termine famiglia monoparentale a volte risulta confondente se non se definisce meglio il senso, considerato che comprende situazioni relazionali diverse.
Infatti detta definizione include sia famiglie con figlio-i con padre presente solo all’atto del concepimento, sia un genitore vedovo e figlio-i con genitore presente solo a livello della memoria emotiva e dei sentimenti ad essa correlati. infine può anche comprendere tanto il genitore convivente e figlio-i ,quanto l’altro genitore non convivente, in quanto separato dall’altro genitore.
I primi due casi anche se riduttivamente possono essere definiti famiglie monoparentali , ma certo non il terzo caso, perché il genitore non convivente esiste ed è significativamente presente nella dinamica relazionale che lega comunque genitori e i figli.
Per quanto riguarda i nuclei monogenitoriali, non si può non riflettere sul fatto che i loro confini non coincidono con quello del nucleo convivente, perché altrimenti si vanificherebbe la valenza simbolica dei legami comunque e significativamente presenti.
Il linguaggio che usiamo per identificare questo tipo di famiglia continua a d essere impacciato per così dire , in quanto forse non riusciamo a concettualizzare configurazioni familiari che a seguito della separazione si sono riorganizzate attorno a centri diversi.
I nuclei monoperantali anzi per la loro peculiarità hanno bisogno di allargare il loro contesto relazionale connettendosi con altri nuclei come quello del genitore non convivente o quello della famiglia di origine ed infine a quello della rete sociale di appartenenza L’affido congiunto è già indizio di un cambiamento non solo dei codici linguistici utilizzati, ma anche dei modi di rappresentare e organizzare la famiglia.
L’idea di multinuclearità alla fine mette in discussione quello che è stato uno dei presupposti cardine delle teorie della famiglia e cioè il concetto di confine che doveva delimitare la famiglia dalla famiglia estesa e dall’ambiente esterno in generale e quindi chi stava dentro e chi stava fuori, come dice Laura Formenti.
La permeabilità dei confini familiari veniva letta come sintomo di cattivo funzionamento e come incapacità a definire la propria individuazione
Gli studi invece sulle famiglie ricomposte ha chiaramente dimostrato e quindi messo in discussione, il fatto che il buon funzionamento di queste famiglie è strettamente connesso alla capacità di essere flessibili rispetto alla gestione dei confini e delle gerarchie aprendo le porte anziché all’invischiamento patologizzante, alla multifocalità : un esempio può essere ben rappresentato dal genitore singolo che si appoggia per meglio assolvere al proprio ruolo nei confronti dei figli ai propri genitori, senza che ciò esiti necessariamente in invischiamento o patologia.

Multifocalità
Il concetto di confine qui diventa interfaccia tra i nuclei in gioco e non barriera , in quanto mentre la prima implicitamente allude all’interconnessione tra unità separate, ognuna delle quali risulta essenziale pur nella sua autonomia all’esistenza dell’altra, la seconda pone l’accento solo sulla separazione.
E’ chiaro che tanti sono gli interrogativi che ci pongono le nuove famiglie, soprattutto agli operatori, allorquando esse, vuoi ricomposte o monoparentali, accedono ai servizi per una richiesta di aiuto .
Chiaramente la nozione di plurinuclearità impone un allargamento di prospettiva che richiede la revisione delle ipotesi relative ai patterns e ai processi familiari.
Conseguentemente ci chiediamo quali sono le risorse della plurinuclearità e cioè i punti di forza e i punti di debolezza di queste famiglie?
.Come possiamo ipotizzare i rapporti tra genitori biologici e genitori acquisiti , tra genitori e figli acquisiti e tra genitori e figli biologici all’interno di un contesto allargato costituito da più nuclei interconnessi? E’stato dimostrato che un rapporto solido e contenitivo tra i genitori aiuta i figli a strutturare una relazione soddisfacente e rassicurante da parte dei bambini nei confronti dei medesimi.
Indagini condotte su questo tema nel 2003 hanno evidenziato che i figli di famiglie con grossi problemi di funzionamento, riferivano di sentirsi affettivamente vicini al genitore acquisito, allorquando percepivano che questi manifestava di essere veramente impegnato nella costruzione di un positivo legame coniugale.
Ancora non è stato preso in esame sufficientemente il tema della sicurezza nelle famiglie con molti genitori contrassegnate dalla presenza di genitori biologici, genitori acquisiti, nonni acquisiti, laddove vi sono separazioni multiple , che richiedono la ridefinizione degli stessi studi sull’attaccamento .
Certamente , è importante in questi casi incoraggiare il mantenimento dei rapporti con le figure di attaccamento non conviventi.
E’chiaro che . la famiglia ricomposta presenta una maggiore fluidità delle posizioni e dei rapporti reciproci, anche se bisogna tenere presente che nella toponomastica interiore soprattutto inconscia, le figure del padre e della madre non sono duplicabili , per cui se esse per i figli rappresentano una base sicura,non devono e non possono essere sostituite dai nuovi partner dei genitori.
Può accadere il contrario, anche se più raramente, che il secondo padre sia riconosciuto come tale al posto di quello naturale , come la seconda madre, per esempio, se sono scelte spontanee non possono che essere accettate.
L’ingresso di un genitore acquisito, in un nucleo post separazione impone la rinegoziazione di tutte le relazioni, che orbitano in detto contesto ricomposto, ed è chiaro che detto processo sarà facilitato sia dalla solidità della nuova coppia coniugale sia dalla qualità della relazione tra genitori e figli acquisiti sia infine dalla capacità di cooperare di genitori biologici e genitori acquisiti nell’ allevamento e nell’educazione dei figli e quindi di saper essere solidali Ancora quali sono i rapporti tra i diversi nuclei che si intersecano attraverso i figli?
Quali sono i processi fondamentali per una ricomposizione familiare.?
A questo punto, come dice Laura Fruggeri non si può più pensare ad interventi diretti solo a svincolare, enucleare, individuare, ma anche a intrecciare, connettere, collegare, ripensando all’idea della multifocalità e delle interfacce all’interno di un contesto familiare caratterizzato dalla compresenza di diversi nuclei tra loro embricati e quindi distinti l’uno dall’altro, ma insieme emergenti l’uno dalla relazione con l’altro.
Conseguentemente le storie a forma triadica (si pensi all’ermeneutica triadica sistemica che identificava nelle famiglie con un membro portatore di sintomi la presenza di una triade formata dalla coalizione tra due persone abitualmente appartenenti a generazioni diverse a spese di una terza, o al triangolo perverso o coalizione intergenerazionale di Haley) e trigenerazionale che hanno caratterizzato l’ermeneutica sistemica fondata sulla lettura e l’interpretazione dei patterns di funzionamento della famiglia nucleare, sono insufficienti a comprendere processiche si intrecciano, ramificano in più direzioni e connettono contemporaneamente più triadi.
L’approccio alla complessità richiesto dalle nuove forme familiari è certo che impone, soprattutto agli operatori impegnati a raccogliere la richiesta di aiuto di non confondere la differenza con la devianza e a saper fare i conti con la propria famiglia interiore., ma questo problema attiene alla formazione dei medesimi, che non è cosa da poco.
D’altro canto già studi sistematici su queste nuove tipologie di famiglie , con genitori separati, famiglie ricomposte, famiglie con coppia omosessuale, hanno rilevato che eventi come una separazione, la formazione di una nuova coppia, i pregiudizi etnici e o omofobici costituiscono eventi stressanti, assimilabili a quelli che mettono qualunque famiglia, come può essere quella tradizionale, di fronte a crisi di passaggio come l’adolescenza dei figli, i lutti, l’invecchiamento, alle stesse crisi adattive
Semmai è importante comprendere rispetto alle dinamiche che caratterizzano la plurinuclearità, ciò che può essere una risorsa e ciò che viceversa può declinare verso la patologia.
Come ha detto Oscar Wilde “ L'unico dovere che abbiamo nei confronti della storia è di riscriverla”e l’approccio sistemico costruzionista ne sa qualcosa, quando dice che raccontare nuove storie significa prestare attenzione alla storia raccontata per fare emergere allargandone la trama nuove narrazioni , punti di vista alternativi insoliti , che magari emergono dai sottomondi di ciascuno, anche se ciò non sarà sufficiente, perché bisognerà intensificare gli studi sulla trama relazionale complessa e multifocale, proposta dalla famiglia plurinucleare per poterne rinarrare la storia.
Alcune parti salienti di quest'articolo costituiranno oggetto di una relazione dal titolo"Genitori, figli e nuovi modelli di relazione , che sarà portata ad un convegno promosso dall'Associazione Demetra ONLUS avente come tema "Famiglie e solidarietà sociale ". Detto convegno si terrà a Caltagirone ,nei giorni 22 e 23 gennaio 2010,
Bibliografia
2000 M. Bettini, Le orecchie di Hermes, Einaudi, Torino
Connessioni Rivista di Consulenza e Ricerca Sui Sistemi Umani n.22 giugno 2009.
1989 John Bowlby , Una base sicura , Raffaello Cortina, Milano
Laura Fruggeri I concetti di mononuclearità e Plurinuclearità nella definizione di famiglia
2005 Laura Fruggeri Diverse Normalità ed Carocci
Oscar Wilde Aforismi
2000, Silvia Vegetti Finzi, Il Romanzo della famiglia, ed Mondadori
1978 Ludwig Wittgenstein ,Della Certezza L’analisi filosofica del senso comune, Einaudi, Torino
[1] si riserva l'espressione di "Lingue italiche" alle sole lingue indoeuropee parlate anticamente in Italia e non appartenenti ad altre famiglie indoeuropee. Le lingue osco-umbre sono una famiglia linguistica indoeuropea attestata nell'Italia continentale da metà del I millennio a.C. ai primi secoli del I millennio d.C. parlate dai popoli osco-umbri, sono dette anche lingue sabelliche.(tratto da Wikipedia)
|
|
Incontro con sé stessi significa anzitutto incontro
con la propria ombra. L'ombra è in verità come una
gola montana, una porta angusta la cui stretta non
è risparmiata a chiunque discenda alla profonda sorgente.
Gli archetipi dell'inconscio
collettivo (1934-1954)
Carl Gustav Jung
E' mio personale convincimento, e ritengo, non solo mio, che tutte le teorie riguardanti le cose dell'anima, siano abitate dal forte carico di soggettività dei loro autori; per dirla con Bateson, costituiscono veramente un inestricabile intreccio tra epistemologia con la e minuscola ed epistemologia con la E maiuscola, come tali inattraversabili solo con le coordinate della ragione discorsiva, ma più spesso, attraverso i rinvii laceranti del cuore.
Il mio incontro con Bateson risale a circa vent’anni fa, quando mi accostai alla sua Ecologia della mente, che compresi molto più tardi, per una sorta di hybris mentalistica, “di pregiudizio”, che mi impediva di percepire esteticamente, prima di tutto la mia relazione con quest’autore angloamericano, che vedeva nell'atto del conoscere un processo di costruzione inventiva e non di ricezione passiva: “fra noi e le cose come sono c’è sempre un filtro creativo”.
Un processo inconsapevole, non assimilabile all’ordine della spiegazione,(erklaren) il cui significato è dato, anticipato dalla ragione, ma a quello estetico di sentirsi e di percepire, che appartiene all’ordine simbolico, ad un ordine di senso molto più complesso, che come tale oltrepassa il primo: esso attiene all'ordine della comprensione (verstehen), che guarda all'uomo non come apparato psichico o cerebrale, ma come apertura progettuale, che nessun metodo scientifico può valutare e definire chiudendolo nei limiti angusti della spiegazione.
Giustamente, in una raccolta di saggi dal titolo, “Attraverso Bateson”, nella bella introduzione di Sergio Manghi, leggiamo: “così come per un fiore, ci sono almeno due modi per accostare l’opera di uno studioso. Uno viene dal pensarla di fronte a noi:essa ci parla di sé e nulla più. L’altro di pensarla in relazione a noi: essa ci dice allora qualcosa di più:parla anche di noi. Modo frontale e modo auto riflessivo, potremmo chiamarli” (S. Manghi, 1998, pag. 1)
Che significa? Significa che a Bateson, seppure attraverso fraintendimenti, che possono comunque diventare creativi, bisogna accostarsi, comprendendo (verstehen) - e questo è un atto ermeneutico - non spiegando, che “la relazione viene per prima, precede” (G. Bateson, 1984, pag. 179) ed in quanto struttura che connette, fonda l’idea che tutti gli organismi viventi siamo parte danzante di una più ampia danza di parti interagenti (modo auto riflessivo, direi quasi mistico, che connette tutti gli esseri viventi).
L'accoppiamento senso motorio, mente – corpo - ambiente, costituisce per Bateson una unità inscindibile, una danza, appunto, di parti interagenti, che caratterizza l'approccio estetico relazionale, come maniera di abitare ed essere al mondo, attraverso relazioni, pattern, configurazioni, combinazioni di messaggi e di livelli logici, grovigli di metafore, climi emotivi, sensibilità.
Osserva Bateson “con buona pace dei logici, tutto il comportamento animale tutta l’anatomia ripetitiva e tutta l’evoluzione biologica, sono ciascuno al suo interno, tenuti insieme da sillogismi in erba” (G. Bateson, M. C. Bateson, 1989, pag.49)
Quest'ultimi, ben diversi dai sillogismi della logica tradizionale, cosiddetti in Barbara, in cui i membri di una classe condividono il medesimo predicato (esempio tipico: gli uomini sono mortali, Socrate è un uomo, Socrate morirà) sono fondati sulla connessione: il predicato connette i due elementi presenti nelle premesse sillogistiche l'erba e l'uomo, come nell'esempio batesoniano: “l’erba è mortale, gli uomini sono mortali, gli uomini sono erba.”(Bateson, 1972, pag. 248)
E l'Epistemologia batesoniana, fondata sull'ordine della comprensione, si esprime, appunto, attraverso connessioni e differenze “in erba” tra entità diverse, attraverso il metodo della giustapposizione, che genera altre somiglianze, tali che la “struttura che connette riguarda vari aspetti e livelli della relazione, altro dalle logica finalistica di stampo razionalistico […] quale struttura connette il granchio con l’aragosta, l’orchidea con la primula e tutti e quattro con me ? E me con voi e tutti e sei noi con l’ameba da una parte e lo schizofrenico dall’altra?” (G. Bateson 1984, pag. 21)
Su questa scia di connessioni , che abduttivamente travalicano i nessi logici di tipo grammaticale, ho cercato di guardare tra le maglie dell'Epistemologia batesoniana, in cui ho creduto di scorgere il rinvio, a mio avviso, ad una sorta di commistione, di trasposizione di alcuni temi che caratterizzano la sua biografia, (senza, certamente, voler ridurre la complessità del suo pensiero alla medesima) e che cercherò di rappresentare, attraverso le parole dello stesso Bateson, con le ineliminabili risonanze della mia epistemologia con la e minuscola, ricordando che “tra noi e le cose come sono c'è sempre un filtro creativo”.
Con questa premessa, che ritengo necessaria, mi accosto, a questa mia narrazione, attraverso Gregory Bateson.
G. Bateson appartenente all’aristocrazia intellettuale, (al cosiddetto Circolo delle famiglie accademiche) figlio di William, eminente scienziato naturale, genetista, nasce a Grantchester il 9 maggio 1904, in un momento in cui il padre è impegnato nella fondazione di una nuova disciplina, la genetica, così da lui stesso denominata, derivante dalla rielaborazione delle leggi di Mendel.
La nascita di un figlio, in quel momento di grande impegno, non viene accolta con grande entusiasmo. Nonostante gli venga dato il nome Gregory, in onore di Gregor Mendel, non avrà la stessa attenzione, le stesse conferme di cui godranno i fratelli maggiori John e Martin.
Ricorda, in proposito, l'antropologa Margaret Mead, prima moglie di Bateson e sua compagna (con la quale, nonostante il divorzio, era rimasta sempre viva quell’intesa intellettuale, sorta in quel contesto quasi mistico, che era per Lui l’estetica della relazione, anche quando l’amore era finito) nell’erratica avventura della ricerca antropologica,che erano loro a ricevere tutte le attenzioni e che erano solo loro, per il padre, destinati a diventare bravi.
Infatti, quando nasce Gregory, nella fattoria dove abita con la famiglia, William Bateson è intento a portare a termine il suddetto progetto di rielaborazione, al quale si dedica, coadiuvato dalla moglie, sperimentando incroci di piante e animali.
Egli educa Gregory, insieme ai due fratelli maggiori John e Martin, all’osservazione scientifica, e alla sensibilità verso la variegata complessità di tutto ciò che presenta il mondo della natura. Vede soprattutto in John, il figlio maggiore, quello più portato a continuare la sua opera, ma questi muore appena ventenne in guerra. Quest’evento luttuoso, fa sì che William cerchi di imporre a Martin, il secondogenito, di prendere il posto del fratello scomparso; da lì un conflitto insanabile.
Martin era studioso di letteratura e autore di un saggio sulle difficoltà della paternità, (significativo di un probabile processo di identificazioni e di proiezioni? Drammatizzazione di un gioco di ruoli volto ad esorcizzare il terrore e tremore di un invincibile confronto con il padre?) iniziato dal padre all’amore per i classici, con letture fatte da lui stesso, dal Vecchio Testamento e da brani di Shakespeare, a parte l’amore per il poeta William Blake (tanto esteticamente presente nell’opera batesoniana) di cui venivano lette le opere, oltre che ammirati i quadri. Aveva scelto l’ impraticabile via dell’individuazione, in una famiglia che, come ebbe a dire lo stesso Bateson, l’ethos tematico era definito da William, che “vedeva l’arte e la letteratura, come una grande cosa del mondo, ma alle quali i Bateson, non avrebbero potuto contribuire.” (D. Lipset, 1982, pag 31)
Martin, probabilmente, sconvolto per il conflitto con il padre, verosimilmente, vissuto come irresolubile in un momento reso emotivamente difficile anche da una delusione sentimentale, si suicida a 22 anni, a Piccadilly Circus, significativamente lo stesso giorno del compleanno di John, il fratello morto in guerra, con un messaggio trasversale, al padre, ritengo, terribile.
È probabile che questa educazione sentimentale, tematizzata dal divieto all'individuazione (perché omen e nomen, cioè il nome Bateson definiva il destino dei figli maschi, una vera e propria saga, alla quale non ci si poteva sottrarre, pena l'esclusione o l'autodistruzione, come abbiamo visto) contrassegnata da un esperienza così lacerante, abbia rappresentato un co fattore nell’intuizione che Bateson ebbe rispetto all’estetica della relazione e quindi all’attenzione, che egli dedicò alle patologie della comunicazione, in particolare a quelle inerenti la famiglia.
Vediamo come in alcuni passi dei suoi scritti, è possibile intravedere, i segni non soltanto di riflessioni sul campo, ma di un sottosuolo dell'anima, in cui i rinvii impliciti sembrano quelli di un'accorata enfasi, veicolata dai messaggi indiretti delle parole, in cui non si può non scorgere la sua esperienza idiosincratica e dolorosa di figlio, o forse anche di spettatore, rispetto al fratello Martin suicida, entrambi attraversati dall'esperienza del diniego all'individuazione: “una condotta affettuosa non implica necessariamente l’affetto; essa per esempio, può esplicarsi nelle forme di fare la cosa giusta, instillare la bontà e così via Che cos'è una persona? Che cosa intendo quando dico io Forse ciò che ciascuno di noi intende per “io” è un aggregato di abitudini.....se Tizio aggredisce le abitudini ...che sono state poste in essere come componenti del mio rapporto con lui, allora tizio nega il mio io, e se questa persona per me è importante, questa negazione sarà ancor più dolorosa” (G. Bateson, 1972)
E poi ancora: “la famiglia schizofrenica è un'organizzazione dotata di grande stabilità di azione, la cui dinamica e il cui funzionamento interno sono tali che ogni membro continuamente subisce l'esperienza della negazione dell'io” (G. Bateson 1972, pag. 257)
In casa Bateson questo tema probabilmente era presente, infatti, nella parte dedicata alla tematica schizofrenica e al contesto comunicativo, che può rappresentarne un co fattore scatenante, egli ha dedicato pagine bellissime, a quella perturbante forma comunicativa, cosiddetta di doppio vincolo, che trova il suo fondamento nell’emissione allo stesso tempo di messaggi di due ordini, uno dei quali nega l’altro: un ingiunzione paradossale quindi, che mette chi la riceve, in genere coinvolto in un rapporto ad alto coinvolgimento emotivo (il bambino rispetto alla madre, per esempio) nella condizione di non poter rispondere in maniera appropriata, e di non poter meta comunicare, per il divieto implicito a farlo, e quindi esplicitare i sentimenti reali che si celano dietro le parole .
Ma proprio da quella forma paradossale, da cui potrebbe originarsi la patologia psicotica, emergono l’invenzione, la poesia, il rito, il sacramento, il sogno, il gioco.
Ciò significa, che al di là di ogni dualismo norma-patologia, il double bind, è una categoria strutturalmente e ineludibilmente presente nella comunicazione, che può anche evolvere in una forma non univocamente patogena, anzi da cui può emergere “un altro stadio di saggezza” (Bateson, 1997,pag.422 ) o può diventare addirittura “una vasta e sofferta cerimonia di iniziazione dell’io” (Bateson, 1962, pag. XIX).
Una cerimonia d'iniziazione, come per John Perceval, il figlio psicotico di Spencer Perceval, ucciso a sua volta da un pazzo e per un ironico scherzo del destino, primo ministro di Giorgio III, il re pazzo, che ricoverato in manicomio, in preda ad una psicosi, per due anni, dal 1830 al 1832, riesce a guarire.
Una guarigione, curandosi da sé, come egli stesso riferisce, nelle sue accorate memorie e quindi non attraverso il trattamento sanitario cui è stato sottoposto durante la degenza, ma nonostante e a dispetto “di esso”.
Come dice Paolo Bertrando, che è il curatore del testo italiano del “Perceval” batesoniano, Bateson si congeda dalla psichiatria, nella quale vede solo una tecnologia dormitiva (nonostante, suo malgrado, sia stato uno dei padri fondatori della Terapia familiare), diretta alla cura di una pretesa condizione di malattia, dal momento che non crede esista, né tanto meno possa essere enunciata una condizione umana “normale.”
Non vorrei essere sacrilega, ma è probabile che Martin e Gregory abbiano dovuto attraversare “quel caos dove il pensiero diventa impossibile” (Bateson,1984 pag. 192) nella loro lotta per l'individuazione: il primo implodendo, verso, per lui, un inattingibile apprendimento 3, quindi, cadendo “lungo il margine della strada” (Bateson, 1972, pag. 335) per gli esiti del deuterapprendimento (un apprendere ad apprendere, che si struttura attraverso sequenze di relazioni significative apprese nella prima infanzia,è inconscio,tende sempre ad autoconvalidarsi ed è inestirpabile) l'altro, cioè Gregory, approdando forse ad un apprendimento 3 “attraverso una vasta e sofferta cerimonia di iniziazione dell'io”? (Bateson, 1962, pag. XIX)
Ma cos'è per Bateson l'apprendimento 3?
Esso riguarda l'apprendere sull'apprendimento 2, fenomeno per sé stesso difficile da descrivere e da immaginare anche per gli studiosi, in quanto esseri umani, poiché attiene ad una profonda riorganizzazione del carattere, che può avvenire nel corso di una psicoterapia, di una crisi religiosa o esistenziale, anche se non è detto che ciò accada.
È già importante che detto processo, potenzialmente pericoloso, in quanto “alcuni cadono lungo il margine della strada”(Bateson 1972, pag335) e sono quelli che la psichiatria definisce psicopatici, porti ad una maggiore flessibilità nelle premesse acquisite durante l'apprendimento due, mentre “per altri più creativi la soluzione dei contrari rivela un mondo in cui l'identità personale si fonde con tutti i processi di relazione, formando una vasta ecologia o estetica di interazione cosmica” (Bateson, 1972, pag.335).
La soluzione dei contrari era la difficoltà di conciliare lo script intellettual- naturalista della dinastia accademica dei Bateson, con le istanze di una difficile individuazione?
Vediamo meglio da vicino, cercando di avvicinarci esteticamente a quello che potrà essere stato l'attraversamento di Gregory dopo la morte di Martin. Verosimilmente lo script familiare gli imponeva in quanto unico sopravvissuto dei figli di William, quello non desiderato e mai considerato all’altezza dei fratelli di proseguirne la pesante eredità.
Lo stesso Bateson riferisce il suo biografo diceva di sé “ero sempre uno stupido. O credevo di essere etichettato così, pensavo probabilmente che lo ero. Egli (William Bateson) era sempre un po' imbarazzato per me” (D. Lipset,1982, pag. 27) Raccontava Bateson, che il padre quando vinse la prima onorificenza, dopo aver sostenuto gli esami presso il college che frequentava, aveva detto “è bello sapere che tu sei un poco meglio degli altri, Gregory” (Lipset 1982, pag.27 )
Come sappiamo gli script familiari rappresentano “le aspettative condivise dalla famiglia di come i ruoli familiari debbano essere rispettati all’interno di contesti differenti”. (J. Byng-Hall, 1995, pag. 18)
Aspettativa, significa l’anticipazione di ciò che deve essere detto e fatto nel contesto delle relazioni familiari, ed insieme la pressione da parte della famiglia, affinché i ruoli siano rispettati come da copione. Inoltre se uno dei membri non rispetta la prescrizione assegnatagli, la medesima può essere trasferita ad un altro membro.
Gli script familiari coinvolgono più generazioni: in casa Bateson lo script intelletual-naturalista si tramandava da generazioni ed ora, era passato da John a Martin ed infine a Gregory. Però quest’ultimo, man mano si era reso conto che la biologia non era la sua vocazione, perché dominio del padre, ed avendo, inoltre subito grosse trasformazioni, quale l’osservazione al microscopio in laboratorio, era diventata fredda e impersonale, molto lontana dall’esplorazione sul campo e dal lavoro nelle serre e negli allevamenti, qual’ era stato l’approccio di William Bateson; in altri termini aveva perso il suo l'incanto e cioè l'estetica della relazione, la conoscenza per sensibilità.
Da qui la decisione di abbandonare la biologia e di dedicarsi agli studi antropologici, questa volta, nonostante, William non approvasse la scelta del figlio, ma avendo perso già due figli, non volle rompere con Gregory. D’altro canto l’antropologia, agli inizi del secolo, rientrava nel novero delle scienze naturali, così, per Bateson, inizia l’avventura dell’antropologia. In questo contesto tra gli Iatmul, venne colpito da un bizzarro rito, il Naven, che coinvolgeva il clan, ogni volta che un suo giovane membro compiva per la prima volta un atto da adulto, socialmente importante.
L’approccio struttural-funzionalista di Radcliffe - Brown, suo maestro, centrato su aspetti troppo formali, si era rivelato inadeguato alla comprensione dei significati del rito, per cui, Bateson, avvertendo una sensazione di fallimento, sollecita l’invio di un compagno di ricerca .
Nel 1932, arriva l’antropologa americana Margaret Mead, con cui inizia lunghe conversazioni, attraverso le quali, comprende, come il Naven, per essere correttamente interpretato deve essere contestualizzato attraverso i momenti che ne scandiscono i vari aspetti emotivi. Il tema estetico della conoscenza per sensibilità e della struttura che connette,come è facile intuire, era fondativo nella sua speculazione, faceva parte, direi, del suo apprendimento 2, per averlo mutuato dagli insegnamenti del padre, di cui testualmente diceva “una sensazione vagamente mistica, che si debbano cercare gli stessi tipi di processi in tutti i campi dei fenomeni naturali che ci si possa aspettare di trovare all’opera gli stessi tipi di legge nella struttura di un cristallo come nella struttura della società, o che la segmentazione di un verme di terra si possa realmente comparare al processo di formazione delle colonne basaltiche”. (Bateson, 1972, pag.74)
Solo che Bateson, di questo principio estetico ne aveva fatto una riclassificazione logica, arricchendolo di significati altri, attraverso l'esperienza antropologica e psichiatrica, e forse una sofferta esperienza familiare.
D'altro canto,come ho già detto in premessa, è mio personale convincimento, che la sua speculazione, come epistemologo, psichiatra, antropologo non può essere stata altro dalla sua biografia come persona, a parte un trattamento analitico di tipo junghiano, nonostante la sua avversione per la psicoterapia.
In quest'ultima egli vedeva come immanente, la minaccia, tipica d'altro canto di tutti i contesti di cura, di trasformarsi in una manipolazione dell'altro, e quindi di essere anti-esteticamente fondata sul primato della finalità cosciente (cambiare le persone intervenendo su di esse...
Infatti, quando intraprenderà la grande avventura con la psichiatria, che durerà più di dodici anni, dal 1949 al 1963, e per la quale è principalmente ricordato, parteciperà a convegni, seminari, frequenta reparti ospedalieri, assisterà a sedute terapeutiche, ma come dirà al suo biografo D. Lipset, la sua domanda è sempre la stessa: “mi interessano, i principi generali e i criteri che Lei usa per riconoscere la salute mentale e le idee implicite ed esplicite, che inquadrano e determinano la situazione terapeutica”. (D. Lipset, pag.187)
Una speculazione complessa, agita sempre all’interno di una continua ricerca di connessioni tra suoi molteplici saperi e la struttura che connette:dalla biologia alla epistemologia, dall’antropologia alla psichiatria, e perché no anche alla letteratura .
Detti saperi, che egli integrò nella sua visione del mondo, si muovevano quindi, sempre all'interno dell'estetica della relazione, cioè dell'idea che il processo interattivo, proprio dei sistemi viventi, si produce a vari livelli organizzativi, individuali, sovraindividuali, subindividuali; conoscenza che connette tutti gli esseri viventi, per simmetrie e omologie seriali.
Essa riguarda il mondo dell'informazione, delle differenze, delle relazioni e della comunicazione, distinto ma non contrapposto al mondo dei non viventi, detto pleroma, che è quello dell'energia, delle forze degli urti.
Con accenti quasi poetici, che caratterizzano l'estetica batesoniana della relazione, così si esprime in proposito, M.C. Bateson: “Di tutte le metafore esistenti, quella più centrale e cospicua, a disposizione di tutti gli esseri umani è il sé. Qui non intendo solo il costrutto psicologico del sé, ma l’intero essere, psiche e soma, il luogo dove per ciascuno di noi si incontrano Creatura e Pleroma.
Il ricorso all’autoconoscenza, come modello per capire gli altri, sulla base di somiglianze o congruenze, lo si potrebbe chiamare comprensione , ma il termine migliore nell’uso corrente mi sembra empatia..Non si deve pensare solo all’empatia tra terapeuta e paziente, ma anche il contadino cui si sia inaridito il raccolto, sente la morte dei suoi campi nel proprio corpo.” (Bateson e Bateson 1989, pag.291)
In questa prospettiva, per una comprensione estetica della vita, è necessaria una visione binoculare, uno stile di pensiero, che coniughi razionale ed emozionale, analogico ed analitico, verbale ed iconico, formale e computazionale.
Una weltanschauung, di cui fa parte anche la dualità della relazione tra osservatore e osservato, una relazione che si produce per differenza e che “non è interna alla singola persona:non ha senso di parlare di dipendenza, di aggressività,o di orgoglio e così via. Tutte queste parole affondano le loro radici in ciò che accade tra una persona e l’altra, non in qualcosa che sta dentro una sola persona………la relazione viene per prima, precede…Solo mantenendo ben saldi il primato e la priorità della relazione si potranno evitare spiegazioni dormitive. L’oppio non contiene un principio dormitivo, l’uomo non contiene un istinto aggressivo (G Bateson,1984, pag 179)
Vorrei concludere, queste riflessioni citando l'ultimo libro che Bateson iniziò a scrivere a quattro mani con la figlia Mary Catherine, completato dalla medesima dopo la morte del padre nel 1980, che come qualcuno ha detto, è veramente al limite tra testo e testamento. Una sorta di romanzo familiare trigenerazionale, tra biografia ed epistemologia, in cui sono presenti tre generazioni legate “dalla regola di Bateson: quella biologica del capostipite, quella ecologica del figlio, quella rinarrativa della nipote”(M. Malagoli Togliatti, A. Cotugno, 1996 , pag. 49) unite da quella trama complessa che è la relazione tra le cose, relazione che sola da senso alle medesime che sarebbero altrimenti, solo “un'accozzaglia di relitti storici” (G. Bateson, M. Catherine Bateson, 1989, pag, 295).
Necessariamente “deve esserci un fondo, su cui poter “cucire” queste complesse relazioni, ma la trapunta a riquadri non è la storia dei vari pezzi di stoffa di cui è fatta. E’ la loro combinazione in nuovo tessuto che da colore e calore” (ibidem)
Con questa bellissima metafora, l'ombra ostinata di Gregory, che non è mai riuscito a placare del tutto il fantasma di suo padre (non è un caso, che si interroghi sul sacro ed evochi, la prima moglie Margaret Mead e il padre, entrambi morti) forse compie l'ultimo tentativo, metalogando con la figlia, di ricomporre i pezzi della sua storia, per cocostruire, attraverso tre generazioni, un tessuto che abbia un nuovo “colore e calore,” quello di “una struttura che connette”, finalmente una difficile riconciliazione tra appartenenza alla dinastia dei Bateson e individuazione?
BIBLIOGRAFIA
l Gregory Bateson (1962) Introduction, in Bateson G, a cura di Perceval narrative:A Patient's Account of His Psycosis, 1830-1832, Hogarth Press, London.,(Tr.It. Perceval. Un paziente narra la propria psicosi, 1830-1832, Bollati Boringhieri 2005)
l Gregory Bateson (1972), Steps to an Ecology of Mind, Chandler, San Francisco(Tr.It.Verso un' ecologia della mente, Adelphi, Milano , 1976).
l Gregory Bateson (1979), Mind and Nature:A Necessary Unit, Dutton, New Yorck.(Tr.It. Mente e Natura, Adelphi, Milano, 1989.
l Gregory Bateson (1991) A Sacred Unity Further Steps to an Ecology of Mind, a cura di R.E. Donaldson, Harper Collins, New Yorck.(Tr.It. Una sacra unità.Altri passi verso un' ecologia della mente, Adelphi, Milano, 1997).
l Gregory Bateson, M.C.Bateson (1987),Angels Fear Towards an Epistemology of the Sacred, Macmillan, New Yorck:paperbback ed Bantam, New Yorck,1988,(Tr,It. Dove gli angeli esitano. Verso un' epistemologia del sacro, Adelphi, Milano 1989.
l J.Byng-Hall (1995) Rewriting Family Script, Guilford Press, New Yorck,
(Tr.It. Le trame della famiglia. Attaccamento sicuro e cambiamento sistemico, Raffello Cortina, Milano, 1998.)
l David Lipset (1982), Gregory Bateson: Early Biography, in Brochman J. (a cura di) About Bateson.
l M.Malagoli Togliatti – A. Cotugno, (1996)Psicodinamica delle relazioni familiari,, Il Mulino.
l S.Manghi(1998) Attraverso Bateson , Raffaello Cortina, Milano
|
|
|