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va3e8920 Dott.ssa Rosanna Pizzo consulente relazionale (counselor), esperto dell'ascolto e della comunicazione e del processo di aiuto alla coppia, alla famiglia, al singolo e all'adolescente.

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Le persone si lasciano convincere più facilmente dalle ragioni che esse stesse hanno scoperto piuttosto che da quelle scaturite dalla mente di altri.

Blaise Pascal

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Conversazioni sistemiche n.5 PDF Stampa E-mail

La mia attenzione,  in particolare, va al bel saggio di Sergio Manghi,  “Il processo di desacralizzazione. Una lettura di René Girard “. Il saggio, nell’incipit, introduce il contesto argomentativo, cioè la nozione di processo nel pensiero sistemico e  l’embricarsi  del medesimo negli studi girardiani, con una precisazione: la nozione di sistema va riferita unicamente ai fenomeni viventi in generale e umani  in particolare, considerato che esso, tra le sue tanti parti interagenti, ne ha una più peculiare, rappresentata dall’uomo, che non può essere definito attraverso formule. Il processo rappresenta il farsi ininterrotto del sistema, l’evolversi del soggetto umano verso un’infinita circolarità mimetica, che come dice Girard, crea un legame fenomenologicamente indissolubile tra gli esseri umani.

Quest’ultimi, non più figli del Cogito ergo sum cartesiano, ma soggetti emozionali ,sono diretti a cercare il senso della loro vita negli altri, in quanto  una sorta di peccato originale, senza Dio, li condanna  a nascere“desideranti e imitativi”. Il saggio, ripercorrendo le colte intuizioni di R.Girard  vede nella imitazione reciproca ininterrotta, un ineludibile, ansiogeno, circolare con-esserci con l’altro, desiderante e imitativo, complice  un modello mediatore, testimonial compulsivamente seduttivo, evocatore di una mimesi desiderante.

Ma  “Due desideri che convergono sullo stesso oggetto si fanno scambievolmente ostacolo. Qualsiasi mimesis che verta sul desiderio va automaticamente a sfociare nel conflitto.” Infatti,l’infinita circolarità mimetica foriera di un intollerabile instabilità relazionale, compromettendo la stessa sopravvivenza umana, impone  quel criterio selettivo di batesoniana memoria, in grado di sviluppare una relativa stabilità dei processi interattivi.

Come? Secondo Girard,  attraverso il  sacro, le cui  liturgie  si consumano con l’uccisione rituale e condivisa  di un capro espiatorio,  rimedio ad una Noità invasiva e seclusiva, verso un ubi consistam, che fornisca una certa stabilità ai processi interattivi quotidiani.

Infatti, l’uccisione del capro espiatorio salva dall’indifferenziato, dalla crisi, che abolisce gerarchie e differenze, come il grande Shakespeare aveva intuito, per sancire  l’ordine delle differenze, stabilendo  chi è l’escluso,depositario del male  e chi invece può salvarsi.

Il  conflitto scatenato dal desiderio mimetico, come ci suggerisce S.Manghi, si ricollega alla nozione di doppio vincolo di batesoniana  memoria e ai temi sacrificali ad esso connessi, che hanno sia il volto drammaticamente sofferente dello schizofrenico, salvifico capro espiatorio della sua famiglia, sia il volto creativo della poesia del sogno, del mito, descritto dall’epistemologia sistemica.

Sarà l’antropologia nata dai Vangeli, cui la sistemica è debitrice, a disvelare l’innocenza della vittima  e  a stabilire i  limiti e le responsabilità di ciascuno, in modo da “vedere/concepire in tutta la loro complessità i nostri doppi vincoli”.

Questa consapevolezza, impone una revisione  della nozione di sacro, come suggerisce Manghi –Girard,  aprendo la via alla desacralizzazione, come processo infinito, asintoticamente diretto ad una nuova nozione di sacro,  genialmente intuita dall’incompreso Nietzsche con la “sua” morte di Dio, ben lontana , da un inno all’ateismo , lui, che insieme a Kafka, è stato il più disperato dei cercatori di Dio.

Cosa suggerisce uno scenario siffatto? Suggerisce, che le intuizioni mimetiche di Girard, come già ha osservato V.Gallese, potrebbero rappresentare premessa  per  un approccio multidisciplinare allo studio dell’intersoggettività umana. Inoltre, che sarebbe auspicabile, come dice Sergio Manghi,  l’epifania  salvifica di una nuova idea di sacro, evocata da una metanoia, che facendo a meno di capri espiatori, fondi una cultura del terzo incluso e non del terzo escluso, ricordando con Bateson  che “siamo parte danzante di una danza di parti interagenti”. Però“la crisi nella crisi “ quella de “L’epoca delle passioni tristi” non  rinvia forse a  una nube di nebbia che ci illude sulla prossimità di una meta.? In atto, però ” la nube si dilegua e la meta non si vede ancora”.(L.Wittgenstein) .

Questo contributo, riguardante il n. 5 della Rivista telematica "Riflessioni Sistemiche", è stato pubblicato nella sezione Conversazioni della medesima,
 a sua volta  pubblicata nella sezione News del mio sito. 

 
neorealismo -panrealismo PDF Stampa E-mail
        

Neo-realismo-panrealismo o ermeneutica e pensiero debole: un equivoco di ordine logico ed epistemologico

Ho seguito, la querelle iniziata con il Manifesto del New Realism di Maurizio Ferraris apparso su Repubblica dell’8 agosto 2011, proseguito poi con gli interventi di Vattimo, Umberto Eco, di altri e di Emanuele Severino nel Corriere della Sera .

Premesso che la mia risposta sarà quella di un counselor  sistemico-costruzionista, quindi, all’interno delle lenti colorate della mia epistemologia con la e minuscola, (G. Bateson,) sinceramente questo manifesto pan-realista ha immediatamente evocato in me la metafora coniata da G F. Hegel nei confronti dell’Assoluto indistinto di Schelling,  amorfo, disarticolato, paragonato “alla notte in cui tutte le vacche sono nere”: uno sguardo, che non vede le differenze, che non ha attraversato la complessità,  le contraddizioni e, perché no, i paradossi, i doppi vincoli, le tesi falsificabiliste che scandiscono il nostro essere al mondo.

Mi chiedo a quale realtà si riferisca Maurizio Ferraris, considerati gli esempi che porta. Infatti, quando Egli connota come spregiudicata la gestione  politica del  presidente  Bush, diretta solo a fini di potere, credo che ciò faccia parte di contingenze storiche, di rappresentazioni comunque della cosiddetta realtà umana, sempre cangiante, immersa  e sommersa, dal e nell’ “Ordine del discorso” di foucaultiana memoria.  

Come dice H. G. Gadamer, rispetto all’uomo “la sua storicità fa sì che egli interpreti gli eventi nell’orizzonte proprio, tracciato dalla sua appartenenza ad una tradizione e quindi all’interno dei suoi pre – giudizi, ”che sono molto più che i suoi giudizi, sono la realtà storica del suo essere”. Essi indicano solo la mappa cognitiva, lungo la quale si declina la nostra apertura al mondo, ineliminabile, al di là di ogni ragionevole dubbio.

Semmai il problema (e qui concordo con Umberta Telfner) sta nel connotare  le differenze in termini di o / o e non  di e / e.

 L’uomo è parte del mondo storico sociale e quindi la comprensione di questo mondo che si realizza nelle Scienze dello Spirito, richiede procedimenti propri, diversi dai metodi delle Scienze naturali che pongono differenze radicali tra soggetto e oggetto del conoscere, definizioni discrete quindi, quantizzabili, di tipo causalistico –  lineare.

Qui mi riallaccio all’esempio riportato da Maurizio Ferraris, a proposito della relazione tra medico e paziente, in cui Egli dice che il secondo vuole chiarezza sul suo corpo (inteso come organismo corpo-oggetto della Scienza?)

Verosimilmente il  paziente  aspetta  risposte su di sé, come persona, il cui “accadere temporale” si declina come un processo che va compreso in termini psicologici e non come un insieme di sintomi che vanno spiegati a partire da un quadro di riferimento esterno, come avviene nelle scienze naturali.

 L’equivoco, alla fine, nasce dal rifiuto di una visione binoculare del  mondo e dei suoi multiversi, il cui fondamento di senso è dato dall’idea che “siamo parte danzante di una danza di parti interagenti.” (G. Bateson)

Allora l’approccio neo-realista non esclude  quello post moderno, anzi,  essi si intrecciano e si embricano in quel necessario approccio bio – psico - sociale verso cui si è da tempo orientati  nei contesti di cura, allorquando si è compreso (riappacificando le due epistemologie, come dice Maurizio Ceccarelli) che la mente non può essere ridotta al suo substrato materiale – il cervello –  né al suo substrato socioculturale e quindi vederne solo un mero riflesso nelle relative alterazioni.

Concludendo, l’Io insalvabile di Ernst Mach muore e rinasce incessantemente, è inattingibile, condannato, come l’acqua di un fiume,  ad un eterno  fluire esistenziale, che scorrendo impedisce  l’approdo ad una  identità fissa immutabile, reale, come il mondo che abita e per questo “la verità è l’invenzione di un bugiardo”.(Heinz von Foerster)

Questo contributo insieme a quello di altri è stato pubblicato nel sito www.aiems.eu

 

 Il  soggetto umano è parte del mondo storico sociale e QueQQuesto quindi la comprensione di questo mondo che  si realizza nelle Scienze dello spirito, richiede


     
 
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Conversazioni sistemiche n 4

 

Umberto Eco distingue i testi che vogliono andare incontro ai desideri prevedibili del lettore, i quali presuppongono un analisi accorta di mercato , da quelli che viceversa sono diretti a produrre un lettore nuovo, diverso, i quali, vogliono innescare appunto  una sorta di circolo ermeneutico ( Lui direbbe semiosico) diretto a “rivelare al proprio pubblico ciò che esso dovrebbe volere, anche se non lo sa…rivelare, in altri termini  il lettore a se stesso” perché diventi co-produttore di senso.

La  rivista persegue il  secondo intento: non fornisce infatti risposte preconfezionate, ma spunti di riflessione diretti a scompaginare le ortodossie del pensiero comune,  fondate su una logica che, come diceva Nietzsche, affonda le sue radici nella volontà di potenza,  quindi sorta per controllare e dominare  tutto ciò che  è in-determinato, in-definito.

L’ approccio  fenomenologico ci consente, invece, ritornando “alle cose stesse”, l’uscita dalla logica lineare-disgiuntiva, diretta ad eliminare contraddizioni e paradossi, in nome di un improponibile ordine universale fondato sul principio di identità e di non contraddizione.

Il mondo, dice Seraphita, il personaggio nell’omonimo  romanzo di  Balzac non  procede per linee rette, come nella metafisica, ma per linee curve. Le  linee curve attraversano  tutti gli articoli della rivista, cambiano solo le cornici disciplinari, in cui è comune  l’idea che l’unita di sopravvivenza sia costituita dalla relazione ontologica tra interno ed esterno, tra individuo e ambiente, entrambi definibili una unità a stretta interdipendenza sistemica…“l’interno e l’esterno si compenetrano e si fondono e non possono essere separati, come l’acqua e la farina di un impasto ben riuscito”.((Luca Casadio.)

  Di questa unità ci parla, appunto, Luca Casadio ne ”Il luogo del conflitto:doppi  legami, conflitti e rappresentazioni in ottica sistemica”.  L’esergo, introdotto dalle  parole chiave  paradosso, doppio legame, contesto, cambiamento, rappresentazione,  dischiude già l’orizzonte alla complessità, verso un approccio duale …e non dualistico, quello batesoniano dell’e-e  e non dell’ o- o,… “ siamo parte danzante di una danza di parti interagenti […] la relazione viene per prima, precede”.

La relazione, in questo caso, attraversata dall’epifania distruttiva del doppio vincolo, icastica espressione batesoniana diretta a connotare  relazioni  ad alta valenza emozionale, come quella madre –figlio,  in cui la coesistenza paradossale di messaggi di ordine logico diverso, di tipo verbale e non verbale, rende impraticabile la comunicazione, portando all’implosione di ogni possibile e coerente narrazione del Sé, da parte della cosiddetta  vittima, così denominata solo per comodità di discorso. D’altro canto, viviamo in un mondo narrato, in cui  fra noi e il mondo ci sono le parole e in cui prevale l’ermeneutica della relazione e quindi le attribuzioni di senso di cui investiamo la realtà.

 Ma il doppio legame, è nozione complessa, non riducibile alla patologia psicotica; la definerei una categoria dello Spirito, non semeiotizzabile con gli strumenti della ragione discorsiva che non può spiegare (erklaren) la sua possibile evoluzione in varie forme creative, come l’arte, l’umorismo, il sacro, i riti antropologici ecc.. L’inserimento della voce doppio legame  nei Dizionari della Lingua italiana, potrebbe, forse, far si che esso entri a far parte delle narrazioni non sistematiche del senso comune,  fuori da contesti specialistici, considerata l’ineludibilità  della sua  presenza  nel mondo vissuto?

Concludo, ricordando che l’uomo, come aveva detto Vincenzo Padiglione nel 1987,  tra i primi in Italia a leggere G.Bateson, non può conoscere se stesso se non mediante l’estroflessione del sé, la relazione vitale e personificata con il mondo che abita. L’estroflessione  è la premessa affinché l’uomo possa, nel confronto fra sé e il mondo, riattivare relazioni abduttive, la capacità di costruire metafore, sentirsi duplicato negli altri, legato a un destino che lo accomuna agli elementi vivi dell’universo. (G.Bateson, 1979)


Questo contributo è stato pubblicato nella sezione Conversazioni al numero 4 della rivista telematica "RiflessioniSistemiche" (vedi news)

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Genitori, figli e i nuovi modelli di relazione PDF Stampa E-mail

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Ottavia Penna(1907/ 1986) la siciliana qualunque e la controcultura di genere: appunti di una lettura. PDF Stampa E-mail

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cettina Alario. Ottavia Penna. Madre Costituente.

 

  

Storia di una singolare esperienza di vita.

  

Ed.  Di Pasquale

 

 

       Ottavia Penna, (1907/ 1986) la siciliana  qualunque

e la controcultura  di genere: appunti di  una  lettura.

 

 

 

 Ho sempre ritenuto, che la lettura di un libro, dischiuda un orizzonte di complicità tra lettore ed autore, in un processo di proiezioni e di identificazioni, che fa di ogni lettura,  un’esperienza  complessa, in cui si intrecciano e si embricano  interpretazioni e rinvii di senso, in un ineliminabile specchio autoriflessivo.

 Ciò, diventa ancor più vero, se parliamo dell’autore di una biografia,  in cui il gioco dei rinvii, diventa  ancor più inestricabile, fino a diventare una sorta di” circolo ermeneutico”, che si instaura  tra il primo e il suo protagonista, al punto che non è infrequente, che di quest’ultimo, si finiscano per cogliere nuovi sensi, di cui egli  stesso, magari,  non  ha avuto  consapevolezza.

 Che significa?

Significa, che questo saggio, non è su Ottavia Penna, ma attraverso Ottavia Penna, come  già implicitamente ci dice la sua  autrice, Cettina Alario, con i modi della sua narrazione sobria e appassionata,   autoriflessivamente diretta, in quanto è coinvolta, prima di tutto, lei stessa, “con la passione che fa da filtro allo sguardo”, (J. Le Goff) a  raccontarci la  storia di “ una singolare esperienza di vita”.

Chissà, una storia riletta attraverso una biografia, che nel raccontare la “sua protagonista”, probabilmente la rivela a Sè stessa, in questo caso a chi affettivamente era ed è più vicino a Lei, attraverso un rinnovato gioco di rinvii di senso, ricordi, riflessioni, ripensando-La, con essi e attraverso essi ?

Come dice Jung, se“ il pensiero si arricchisce attraverso la relazione”, quale migliore interprete di una vicenda biografica, come quella di Ottavia Penna, se non Cettina Alario, da sempre impegnata nel sociale, non casualmente, presidente dal 2008 dell’ASSOCIAZIONE Ottavia Penna, con lo scopo di contrastare tutte quelle forme di violenza nei confronti delle donne e dei bambini, di cui la Nostra fu un alfiere indomito?

In questa cornice di senso, infatti, l’autrice,  parlando anche di sé stessa e del suo mai concluso impegno, proprio nel sociale, ha tracciato, senza retorica e senza enfasi, il profilo di questa donna dell’Assemblea Costituente, ( in un momento in cui la presenza femminile era limitata a sole 21 unità, contro 556 uomini) la prima donna parlamentare di Caltagirone, (nell’immaginario collettivo condizione assimilabile a quella di un uomo) eletta per la Costituente, nelle fila del “Fronte dell’Uomo Qualunque”, con 11.675 preferenze, che le riservarono i suoi concittadini.

Partecipò ai lavori della Costituente, da Marzo 46 al dicembre’47, con un atteggiamento impavido, diretto, con grande fierezza, a contrastare, come rivela la sua corrispondenza con personaggi politici, peraltro molto autorevoli del tempo, come lo stesso Alcide De Gasperi, nel gennaio 1948, quella cultura, del potere-sapere, diretta a produrre dispositivi, funzionali a corpi docili, disciplinati per genere:maschile e femminile.

 Come dice Michael Foucault, la connessione tra sapere e scienza produce forme di dominio, microsistemi di potere. Infatti i saperi forti, dalla medicina alla psicoanalisi, dall’antropologia alla linguistica fino all’etologia, condizionano e quindi esercitano un particolare potere sulla definizione di sé degli individui e sulle loro autorappresentazioni.

 Una grande intuizione, sul fatto, che un vero e proprio comportamento naturale non esiste e che qualsiasi azione porta l’impronta della cultura

 Il libro tra biografia e storia, con garbo, ma anche con grande rigore metodologico, (sono riportati  significativamente  molti atti documentali, attinenti gli scambi epistolari tra la Penna e personaggi politici significativi del tempo) ripercorre attraverso anche una iconografia familiare, l’apprendistato umano e politico-sociale  di questa aristocratica del secolo scorso..

 Era nata a Caltagirone nel 1907, aveva studiato le nozioni elementari, come si usava per i rampolli dell’aristocrazia, con istitutrici, in casa; poi in collegio a Poggio Imperiale  a Firenze  e gli studi superiori a Trinità dei Monti, a Roma.

Tornata al suo paese, aveva sposato il dottore Filippo Buscemi, un medico molto noto e stimato, spezzando la tradizione, anche della sua famiglia, considerato che i genitori erano entrambi titolati, che voleva i nobili sposati tra di loro

Alla fine della guerra, nonostante la sua forte fede monarchica, fu conquistata dalle idee "innovatrici" di Guglielmo Giannini, (1891/ 1960) giornalista, politico, scrittore, regista e drammaturgo italiano., personalità molto complessa, di grande potere carismatico, nonostante avesse frequentato solo le scuole elementari, cosa di cui si vantava, che in quegli anni  aveva fondato il giornale e un partito “L' Uomo Qualunque.”

Scriveva commedie, rappresentate con successo, da attori di spicco,come Ermete Zacconi, aveva inventato una delle prime riviste di cinema, Kines, sue erano le didascalie nei film di Charlot.

Repubblicano ed europeista, Giannini, dissacrava i rituali di Montecitorio, al punto che minacciò una volta  di intonarvi canzone napoletane.

 Qui è necessaria una precisazione, al fine di evitare malintesi fuorvianti inerenti il concetto di qualunquismo, che è complesso, in quanto è da intendere, per contrapposizione e in un certo senso, per paradossi, rispetto agli effetti che finì per determinare, ben lontani dagli intenti del suo fondatore, vediamo perché.

Il termine deriva da quale e dal suffisso generalizzante unque.

 In questo caso, nella sua funzione di aggettivo  qualificativo, qualunque  allude a persona che non si distingue, come tanti, come  tutti.

Ma, detto concetto va inteso per contrapposizione, ma anche per paradossi, come vedremo. Per contrapposizione, perchè nel giornale suddetto,  significativamente nella U, vi era disegnato un torchio, che schiaccia una piccola immagine di uomo:una metafora evocativa della classe politica, che schiaccia e opprime il piccolo borghese, il travet, l’uomo qualunque.

 Per paradossi, perché, pur essendo un partito, paradossalmente contestava i partiti, i sindacati, lo Stato, credeva di poter ingenuamente tutelare gli interessi del singolo, in quanto, i politici rappresentavano la truffa istituzionalizzata di una oligarchia di potere, contro gli uomini qualunque, privi di ogni potere.

 Propugnava l’idea di formare un governo di tecnici, uno Stato amministrativo, contro il governo dei politicanti, suscitando violente reazioni da parte di tutti i partiti politici.

In realtà, il pericolo del qualunquismo e quindi la sua degenerazione, era rappresentato dalla contestuale apertura alla manipolazione, alla demagogia di falsi retori, in grado di presentarsi come tribuni del popolo, ma anch’essi eterodiretti da poteri forti.

L’uomo qualunque non è preparato ad affrontare un contesto così complesso, perché privo di una vera cultura, tale da consentirgli una critica accorta nei confronti di chi lo manipola e da cui non è in grado di difendersi, in quanto un uomo senza discernimento,”Un uomo senza qualità.”(Carlo Galli,Repubblica,30 gennaio 2011)

Quando la sua parabola si concluse, come osserva l’articolo che gli ha dedicato Repubblica del 30 gennaio 2011,“incontrò la più crudele damnatio memoriae, cioè la condanna della memoria, una sorta di muro contro ogni ricordo che lo riguardasse, a parte un libro della storico Sandro Setta (Laterza 1975).

Vorrei fare una digressione, per rammentare questo istituto del diritto romano, per la carica simbolica, oltre che normativa, cui rinvia e che forse oggi, visto il malcostume politico che attraversiamo, andrebbe reintrodotto.

 Nell’antica Roma, esso rappresentava una sanzione prescritta dal Senato  ad un politico importante(maiestas) consistente nell’abolitio nominis.  (cognome)  

Il  praenomen  (il nome proprio) del condannato non si sarebbe tramandato in seno alla famiglia, anzi,  sarebbe stato cancellato da tutte le iscrizioni. Tutti i simboli che lo riguardavano come immagini e statue venivano distrutte. Inoltre con voto del Senato, a volte, seguiva la rescissio actorum, ossia, la distruzione di tutte le opere realizzate dal condannato, nell'esercizio della propria carica, poiché era ritenuto un pessimo cittadino.

Se tale atto avveniva in vita, allora, dal punto di vista giuridico, esso rappresentava una vera e propria morte civile.

Sarebbe auspicabile, come ho già detto, che la damnatio memoriae, venisse reintrodotta nel nostro diritto, per reati gravi, anche in via non definitiva, come corruzione, mafia, concussione, peculato.(vedi pag su Facebook)

Ritornando all’incontro tra Ottavia Penna con Guglielmo Giannini , è facile immaginare, la presa di quest’ultimo, sulla pasionaria aristocratica, amante della legalità e della giustizia, ma anche dotata sicuramente di uno spirito dissacratore ed innovatore, che Gabriello Montemagno ha definito, con una bella immagine icasticamente rappresentativa, la giustiziera della notte, nell’articolo “La Siciliana della Costituente”, La Donna Qualunque, che puntò al Quirinale, che le ha dedicato su Repubblica di Palermo del 29/9 /2009, alludendo e rievocando, anche attraverso il libro in questione, al suo impegno nel sociale, diretto ad aiutare  i poveri e gli emarginati.

Egli racconta, come durante l’ultima guerra, di notte, furtivamente, la giovane e bionda baronessa raggiungeva le campagne del calatino e munita di un affilato coltello, tagliava i sacchi di grano, che i baroni della zona destinavano al mercato nero.

Prelevava, anche, dalle proprie fattorie, carne macellata e la portava ai poveri e agli indigenti.

Così, la baronessa, con un coraggio, che una cultura di genere definirebbe al maschile, sfidava il controllo della polizia, in un  momento che il cibo veniva razionato con la carta annonaria

Una vicenda umana singolare,  che ha segnato la nostra storia, tra la fine del Fascismo e la nascita della prima Repubblica, e non solo quella al femminile, concetto importante questo, che da solo, però, sarebbe riduttivo, talmente singolare,  che  potrebbe veramente  rappresentare lo spunto per un Romanzo di Formazione. (romanzo, racconto)genere letterario,come sappiamo, nato in Germania con Goethe e il suo romanzo Wilhem Meister, diretto a seguire l’evoluzione e la crescita di un personaggio, dalle origini alla maturità, fino all’età adulta, per raccontarne attraverso un peculiare apprendistato alla vita, emozioni progetti, illusioni, passioni, da  una particolare prospettiva interiore.

Ma un romanzo di formazione, che  a differenza del Meister di Goethe, il quale rinvia ad un’idea pedagogica di educazione diretta al raggiungimento di una maturazione, come momento in sé concluso, in cui tutto va bene, va a posto, una volta per sempre, come se non ci potessero più essere conflitti, incertezze, trasformazioni, quì pensiamo ad un”Romanzo di Formazione moderno” in cui, una formazione così intesa è impensabile,  in quanto si verifica  solo nelle favole, in cui …”tutti vissero felici e contenti.

Bisogna sempre rammentare, che l’idea di vita, di esistenza, si coniuga  solo con il movimento e  il cambiamento, per quanto doloroso, mentre la fissità, la staticità di ogni situazione, allude all’idea di paralisi e morte. Quindi una formazione che può avere anche un epilogo non felice. 

 Infatti, Ottavia Penna conclusa l’esperienza della Costituente, tradita dal comportamento del suo leader Giannini, abbandona con grande amarezza la politica, la gestione della cosa pubblica, il 30 ottobre 1947, insieme all’onorevole Castilia, dicendo testualmente, che la politica per lei era“ un libro chiuso”, d’altro canto, è pur vero, come dice JUNG che”Lo sviluppo della personalità è una fortuna che si può pagare a caro prezzo.

La nota scritta, riportata nel saggio, in cui vi si legge lo sdegno e il dissenso vissuto da Ottavia Penna, nei confronti di Giannini, che sicuramente voleva essere il testo di un intervento, fa intendere, chiaramente, con quale fierezza e determinazione, la medesima difendeva i suoi ideali di giustizia e libertà.

Una  pasionaria idealista, femminista ante litteram, ma nel senso di volere contrastare l’imperante cultura di genere, come ho già detto, la biopolitica dei corpi, avrebbe detto M. Foucault, quel potere cioè che  da forma ai corpi degli individui e alle loro autorappresentazioni, produce realtà e saperi, modella conoscenze e comportamenti.

Ottavia Penna, con forza e con grande determinazione, ha dimostrato attraverso il suo tormentato apprendistato, di essere all’altezza di fare,.. come gli uomini,  per difendere i diritti dei deboli e degli emarginati e la parità dei diritti tra uomo e donna, non apertamente detto nel libro, ma sicuramente lasciato trasparire, attraverso i messaggi indiretti veicolati dalle sue stesse parole,….testualmente  Bisogna contrastare l’ideale maschile. Noi donne dobbiamo difendere la nostra categoria, perché in caso contrario gli uomini avanzano. Le donne devono avere gli stessi diritti degli uomini, visto che siamo esseri eccellenti”(pag.44)

In questa frase è racchiuso, forse, il significato di un impegno,  legato al profondo rifiuto per la condizione femminile, e quindi per i ruoli di genere, già introdotto, a quanto sembra, dalla madre di Ottavia Penna, forse lei stessa in crisi, insofferente al dover essere, inscritto nella concezione del Femminile del suo tempo, come lascia intravedere il saggio, nelle “Considerazioni finali”.(pag 108)

Il saggio, infatti, suggerisce, anche, alcune considerazioni o per meglio dire alcuni interrogativi, a cui è difficile dare risposte, che, solo, può dare, chi è stato a Lei vicino, e forse solo oggi, rielaborando e riscrivendo una storia con altre e nuove attribuzioni di senso, per restituire agli eventi, un più ampio respiro.

Noi, possiamo solo interrogarci, sul fatto, che, forse un impegno eccessivo, fondato sulla  passione, che se da un lato fa da filtro allo guardo, dall’altro ne riduce la portata, l’ampiezza, perché il desiderio, che la sottende, si sa, ne offusca l’orizzonte, creando aree di confusione e di sovrapposizione, che, forse, hanno finito per rendere meno pregnante, verosimilmente, la quotidianità  dei suoi affetti familiari.

Non lo sapremo mai, se non ponendo interrogativi, a cui ognuno troverà la sua risposta, la sua verità.

D’altro canto, parliamo di una  formazione, che avviene  attraverso il principio di trasformazione, in cui, il senso del racconto è dato dalla sua narratività, che significa apertura di senso, per la costruzione di altri sensi, come processo aperto, provvisorio, instabile, che apre nuovi punti di partenza, che possono aprire ad altre riflessioni, una sorta di poiesis, di processo creativo, mai concluso,…perché ogni formazione, come raggiungimento di un paradiso edenico, è impossibile, come ho già detto,….in quanto essa non finisce mai .

Credo, che l’invito al lettore di questo libro,  significativamente connotato, dal suo titolo “OTTAVIA PENNA Madre Costituente. Storia di una singolare esperienza di vita,”voglia, proprio, essere, quello di tipo abduttivo,  che muove, quindi, per somiglianze e connessioni, come tale, diretto ad una lettura del “come se” …di  un Romanzo di Formazione, in cui  la meta, non è data dal raggiungimento di un utopistico ideale di perfezione, ma dalla capacità, di saper cogliere quegli aspetti di narratività, come aperture di senso, dirette, non solo, ma anche, al  disassoggettamento dalla cultura di genere, di cui, ante litteram, aveva già tracciato il difficile sentiero,  Ottavia Penna.

Non possiamo non ricordare, in proposito, il poeta Ugo Foscolo, quando ci rammenta nei “suoi Sepolcri che ”…..”A egregie cose il forte animo accendono  l'urne dei forti, o Pindemonte.”

 Cettina Alario, fondando insieme ad altre donne di Caltagirone l’Associazione, che ne porta il nome, ha voluto, a mio avviso,proprio cogliere quegli aspetti di narratività insiti nella vicenda umana e politico-sociale, inaugurati da Ottavia Penna,  per proseguirne il mandato, aprendo  altri e nuovi percorsi   formativi, che per essere tali, non potranno mai concludersi. …

A questa  lettura  speciale è diretta questa biografia, perché ” i fatti sono storie interessantissime, ma non molto di più”, sono, piuttosto le interpretazioni, attraverso le categorie estetiche dell’intuizione, che sole possono restituirne il senso,…che i fatti per sé stessi non potranno mai possedere.

Quanto detto, ricordando, sempre, che l’intuizione estetica si fonda sull’ordine della comprensione, (verstehen) che attiene le Scienze dello spirito, il cui oggetto non è il dato, ma il vissuto, che ”non è un fenomeno dato attraverso i sensi come riflesso del reale nella conoscenza , ma una connessione vissuta dentro di noi”.(W.Dilthey)…quella connessione necessaria, per poter narrare nuove storie, ancora, attraverso Ottavia Penna.

 

 

 

 
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