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va3e8920 Dott.ssa Rosanna Pizzo consulente relazionale (counselor), esperto dell'ascolto e della comunicazione e del processo di aiuto alla coppia, alla famiglia, al singolo e all'adolescente.

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Le persone si lasciano convincere più facilmente dalle ragioni che esse stesse hanno scoperto piuttosto che da quelle scaturite dalla mente di altri.

Blaise Pascal

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Manicomi ricostituiti:di male in peggio PDF Stampa E-mail



                                                             Manicomi ricostituiti: di male in peggio.









La nave dei folli- Hieronymus Bosch (1453/1516)]

Se esiste il senso della realtà deve esistere anche il senso della possibilità. Chi voglia varcare senza inconvenienti una porta aperta deve tener presente il fatto che gli stipiti sono duri: questa massima è semplicemente un postulato del senso della realtà… un’esperienza possibile… ha un fuoco, uno slancio, una volontà di costruire, un consapevole utopismo che non si sgomenta della realtà bensì la tratta come un compito e un’invenzione.

(Robert Musil)



Dalla nave dei folli ai manicomi: il congedo tra Ragione e Sragione. Stiamo, tornando ai vecchi regimi custodialistici.

Parlo della nuova proposta di legge del 12 maggio 2012, Disposizioni in materia di assistenza psichiatrica (che considero una vergogna racchiusa in 12 articoli) diretta alla restaurazione dei vecchi regimi manicomiali, un'ulteriore dimostrazione del regresso culturale, etico ed estetico, che ha ormai avviluppato il nostro Belpaese in una morsa in cui, come dice l’Amleto shakespeariano, ”Il tempo è uscito di sesto. Destino maledetto essere nati per rimetterlo in sesto”.

In sintesi il Testo unificato elaborato dal relatore, adottato come testo base, prolunga la possibilità di ricoverare i pazienti in strutture psichiatriche, anche se non consenzienti, fino ad un anno. Inoltre la coattività del trattamento che era prima riservato a situazioni eccezionali e solo per pochi giorni, oggi può essere estesa anche a situazioni ordinarie, di emergenza e fino ad un anno di durata. La volontà del paziente viene negata e disconfermata [*1] ed insieme ad essa il diritto di esistenza del medesimo.

L’articolo 4, ad esempio così recita Le procedure di intervento sanitario obbligatorio, accertamento sanitario obbligatorio (ASO) e trattamento sanitario obbligatorio, che assume la definizione di trattamento sanitario necessario (TSN), sono attivate quando la garanzia della tutela della salute è ritenuta prevalente sul diritto alla libertà individuale del cittadino” e cheL’accertamento sanitario obbligatorio è proposto sia da un medico del Servizio sanitario nazionale, sia da un medico del dipartimento di salute mentale per l’effettuazione di un’osservazione clinica”.

Conseguentemente un qualsiasi medico del SSN [Servizio Sanitario Nazionale. N.d.R.], può decidere di ricoverare… (sarebbe interessante, e tra l’altro necessario essere sicuri della sanità mentale del medico in questione, ricordando quanto diceva C. G. Jung e cioè che ”la psichiatria nel senso più ampio, è un dialogo tra la psiche ammalata e la psiche del medico, che si suppone sia “normale”; è una spiegazione tra la personalità ammalata e quella del terapeuta per principio anch’essa soggettiva”) chiunque sulla base di opinabili valutazioni diagnostiche che diventano “prevalenti sul diritto alla libertà”. Così ”la diagnosi diventa strumento di invalidazione dell’altro” (L. Cancrini) una volta assegnato, codificandolo, uno strapotere folle ad una medicina onnisciente e onnipotente, messa in grado di operare una sorta di damnatio memoriae [*2] contro i cosiddetti folli, verosimilmente solo specchio minaccioso di quella follia rimossa che terrorizza coloro che si sono fatti promotori e firmatari di una simile proposta.

Ma continuiamo la nostra lettura…

L’articolo 5 prescrive una terapia prolungata anche in assenza del paziente. Inoltre “Il trattamento necessario extraospedaliero prolungato è finalizzato a vincolare il paziente al rispetto di alcuni principi terapeutici”. Il tema del consenso, che rinvia a quel necessario coinvolgimento del paziente nella sua cura, attraverso la strutturazione di una relazione terapeutica con lo psichiatra, viene negato, insieme al diritto a di riconoscersi come soggetto attraverso la sua propria richiesta di aiuto.

L’articolo 9 prescrive allo psichiatra del DSM [mentali Dipartimento di Salute Mentale. N.d.R.] di tenere informati i parenti, ma di doversi rivolgere al giudice per informare il care giver e quindi chi si prende abitualmente cura del paziente. Il paziente è solo un oggetto, privo di volontà e di pensiero, viceversa, pensato ed etero diretto, spogliato di ogni diritto di conoscere il proprio destino, la diagnosi sul proprio stato di salute, e non ultime le decisioni che lo riguardano. Il processo di medicalizzazione della follia è stato così compiuto, il breve intervallo che sembrava una metanoia, ma non lo era, in realtà, rappresentato dalla legge 180/78 [Legge Basaglia "Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori” N.d.R.] è stato un inutile tentativo, operato da pochi… per uscire… dalla follia, purtroppo mal condotto. L’approccio manicomiale definisce per se stesso lo sguardo medico asimmetrico, quindi come non reciproco a quello del malato. Così, come diceva M. Foucault [*3], il folle non viene più sottoposto a misure terroristiche, come accadeva in passato, ma viene allontanato, con il desiderio di assisterlo insieme a quello di reprimerlo, fino al punto di convincerlo a ri-conoscersi all’interno di un codice di colpevolezza che per lui finisce per diventare l’unica forma possibile di coscienza di sé. In questo clima di restaurazione non capisco il silenzio delle associazioni dei familiari dei pazienti psichiatrici… peccato che in Italia non esistano le associazioni dei diretti interessati, i quali rappresentando la Sragione [*4] i cosiddetti pazzi, ovviamente, non hanno diritti!

Chiaramente, alla legge Basaglia 180/1978, non sono seguiti interventi ad hoc, con il risultato che i familiari di questi “pazienti” (mai parola fu più azzeccata, per ovvie ragioni) sono coinvolti pesantemente nella gestione di problematiche complesse e difficili, sia rispetto ai casi di psicosi, che delle cosiddette psicopatie, con il risultato che essi, i familiari apparentemente sani, avendo già identificato, in forma, ritengo, non consapevole il loro bravo capro espiatorio, (il malato è solo lui… quindi, il malessere è solo suo… non resta che espungerlo!) cercano la collusione con lo psichiatra.

Il risultato qual è?
Il risultato è, che, spesso, lo psichiatra, si trova all’interno di una conflittualità sia micro-sociale, (la famiglia) ma anche del servizio psichiatrico stretto senso, per assenza di risorse alternative dirette anche a sostenere la famiglia, considerato che le iniziative psicoeducazionali [*5] rappresentano un ulteriore triangolamento con i parenti, sia macro-sociale, (carenza di infrastrutture) che collude con la famiglia “sostenendola“ per attivare la soluzione più comoda”, quella del ricovero coatto o dell’inserimento in contesti intermedi, denotati e connotati come protetti (RSA) [Residenza Sanitaria Assistita. N.d.R.]

Di fatto un’abile manipolazione linguistica del reale significato di dette strutture, in realtà, solo predisposte per restaurare la vecchia pragmatica manicomiale e custodialistica, però… sotto mentite spoglie:così, si vuole proteggere ed implementare il controllo sociale, esorcizzando la minaccia del diverso e derubricando attraverso finte finalità terapeutiche il drammatico capitolo della diversità. Alla fine, il conflitto, almeno quello micro-sociale, che coinvolge il paziente- la famiglia e il servizio psichiatrico, viene tacitato, il capro espiatorio depositario del malessere è allontanato, anziché affrontato e negoziato o, perché no, triangolato, quando lo psichiatra riesce ad attivare il suo emisfero destro, quello psicotico, per intenderci, per mettersi in vero contatto con il folle.

Mi piace rievocare, per sottolineare il tormentato rapporto nel tempo tra Ragione e Sragione, alcuni aspetti molto significativi in tal senso, del saggio di M. Foucault, “Storia della follia nell’età classica”, senza voler essere riduttiva nei riguardi di questo splendido scritto. Foucault descrive, con il potere fascinatorio della sua parola, come durante il Medioevo, il folle pur essendo escluso dal contesto sociale, vi veniva reintegrato simbolicamente, come testimone e come viandante, però libero e fuori da ogni comunità, con un suo statuto di Alterità, che riusciva come Alter, appunto, ad esorcizzare e a contenere in un certo senso le paure dell’uomo integrato nel tessuto cosiddetto civile del mondo. Era proprio il folle che dava voce al saggio, esorcizzandone le angosce, attraverso quella forma di irrisione eversiva e dissacratoria delle pretese della ragione, additando al mondo… la sua insensatezza: una sorta di coscienza critica, verso i limiti invalicabili della ragion teoretica, avrebbe detto Kant, ma anche, di una coscienza drammaticamente consapevole di quell’ineliminabile “memento mori“ che è l’esistenza dell’uomo… fenomenologicamente [*6] essere… per la morte. [*]

Non a caso la pittura e la poesia di quel tempo evocavano tutto questo, verosimilmente per la forte valenza emozionale etica ed estetica che certamente pervadeva, con grande incisività l’immaginario collettivo, in quegli anni: basti guardare le rappresentazioni delle Narrenschiffen, le cosiddette Navi dei folli, che attraversavano, alla fine del Medioevo i fiumi del Nord-Europa, senza mai fermarsi, se non significativamente, sfiorando la soglia delle città che toccavano: il dipinto del pittore olandese Hieronymus Bosch del 1490, La nave dei folli, è una forma icasticamente rappresentativa di questa complessa dialettica, testé esposta.

All’inizio del XVII secolo, però, (sempre nel già citato saggio di M. Foucault) lo scenario cambia: la Sragione entra a far parte costitutivamente della Ragione in un cerchio indissolubile, ma attraverso una differenza operata dal regime diurno della Ragione, che pone ordine.

Come? Separando Ragione e Sragione: la Sragione chiaramente identificata e soprattutto identificato il suo potere destabilizzatore consentirà alla follia di non essere più solo territorio di navi vaganti senza meta, ma rientrerà nelle competenze della Medicina, in altre parole, sarà “solidamente ancorata alle cose e alle genti. Trattenuta e tenuta ferma. Non più barca, ma ospedale” (M. Foucault).

Mi chiedo, insieme a Foucault, “Perché la cultura occidentale ha respinto dalla parte dei confini proprio ciò in cui avrebbe potuto benissimo riconoscersi, in cui di fatto si è essa stessa riconosciuta in modo obliquo? Perché ha affermato con chiarezza a partire dal XIX secolo, ma anche già dall’età classica, che la follia era la verità denudata dell’uomo, e tuttavia l’ha posta in uno spazio neutralizzato e pallido ove era come annullata?”.

La legge 180/1978… è stata solo un intermezzo… una Nave dei folli… impazzita, si perdoni il paradosso, che ormai è deflagrata, non potrà più essere ricostruita… non resta che il TSO [Trattamento Sanitario Obbligatorio. N.d.R.] e le strutture protette, che ci proteggono dalla Sragione, quella parte oscura che cerca di non emergere se non attraverso le difese trans-personali dell’immaginario collettivo cui dà voce poi il legislatore: il risultato è il Testo della proposta di legge del 12 maggio testé commentata.

[*] La nave dei folli- Hieronymus Bosch (1453/1516)]

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*1 [N.d.A.] Disconferma

La disconferma, tipica della comunicazione patologica, nega l’esistenza dell’altro, messo in posizione down, al quale si dice «Tu non esisti» (Watzlawick, Beavin & Jackson, Pragmatica della comunicazione umana, trad. it. 1971, p. 78).

*2 [N.d.A.] Damnatio memoriae

= istituto del diritto romano che significa letteralmente condanna della memoria.

Stava ad indicare una pena consistente nella cancellazione della memoria di una persona e nella distruzione di qualsiasi traccia potesse tramandarla ai posteri. Si trattava di una pena particolarmente aspra riservata agli hostes, ossia ai nemici di Roma e del Senato. In Età Repubblicana , detta sanzione veniva applicata dal Senato, in genere verso una maiestas e sanciva la abolito nominis (cognome), mentre il prenome (nome proprio) del condannato non poteva essere tramandato ai discendenti, e venivano anche distrutte tutte le raffigurazioni del medesimo.

Durante il Medioevo, la damnatio memoriae , fu applicata anche nei confronti di Papi come Papa Formoso.

Anche in periodi storici abbastanza recenti, la damnatio memoriae continua ad essere applicata, purtroppo rispetto ad eventi eccezionali, basti pensare alla cancellazione in Italia dei simboli connessi al Fascismo e in Germania a quelli connessi al nazismo, per arrivare ai nostri giorni a Francisco Franco, in Spagna, a Saddam Hussein in Iraq e a Mummar Gheddafi in Libia.

*3 [N.d.A.] M. Foucault

Michel Foucault (1926/1984) sociologo, filosofo psicologo e storico francese.

*4 [N.d.A.] Ragione e Sragione

Ragione e Sragione non possano darsi che una in rapporto all’altra. La follia diviene una delle forme stesse della Ragione. Essa si integra all’altra, costituendo tanto una delle sue forze segrete, quanto un momento della sua manifestazione, quanto ancora una forma paradossale nella quale essa può prendere coscienza di se stessa. In ogni modo la follia non acquista significato né valore se non nel campo della Ragione. La follia diventa una forma relativa alla Ragione… Ciascuna è la misura dell’altra, e in questo movimento di riferimento reciproco esse si respingono l’un l’altra, ma si fondano l’una per mezzo dell’altra (M. Foucault, Storia della Follia nell’Età Classica p. 39).

Dopo Cartesio, però diverrà impensabile il rapporto tra una “Ragione sragionevole” e una “ragionevole Sragione”.

La Sragione è tutto quanto non è considerato Ragione.

In particolare Foucault allude al mutato scenario che si delinea sin dal XVII secolo, rispetto ai cosiddetti folli, con l’istituzione in Francia dell’Hopital general e con l’apertura delle prima case di correzione in Germania e in Inghilterra e fino al termine del XVIII secolo, dove vengono rinchiuse varie categorie di persone e cioè bestemmiatori, libertini, insensati, dementi, uomini dallo spirito alienato, senza alcuna differenza… tranne di essere tutti colpevoli. E quindi di dovere essere tutti puniti.

*5 [N.d.A.] Psicoeducazione

La psicoeducazione è una particolare forma di educazione, in un certo senso di addestramento, diretto ad aiutare le persone con disturbi mentali o che si occupano di persone affette da disturbi mentali, tale da consentire loro, di utilizzare una serie di informazioni, atte a poter acquisire competenze per meglio gestire la malattia e le sue conseguenze.

*6 [N.d.A.] fenomenologicamente

= guardare ai fenomeni come ineludibilmente legati al loro mostrarsi attraverso l’esperienza.
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Attraverso i miti: significato e confini della Formazione alla Cura

 

 

Chirone istruisce Achille -Basilica di Ercolano



La figura mitica del genitore che ferisce, o che è ferito, diventa l'enunciato psicologico che il genitore è la ferita. In termini letterali questo significa che riteniamo responsabili i nostri genitori ma lo stesso enunciato, visto come metafora, può significare che quel che ci ferisce ci può anche essere genitore. Le nostre ferite sono i padri e le madri dei nostri destini.

James Hillman



Premesso che il mio lavoro, non sarà ovviamente diretto a parlare della Formazione alla psicoterapia o al counseling, come realtà istituzionali, quindi all’interno di un setting strutturato e connotato come tale, che attiene altri contesti, infatti sarà affrontato solo trasversalmente, nella misura in cui sarà funzionale all’argomento. Quanto detto, nella considerazione che ho scelto la via, indicata da E.Morin , per macroconcetti per costellazioni e correlazioni di concetti perché ” …Le cose importanti non possono essere mai definite attraverso le frontiere, bensì guardando al loro nucleo. “Le frontiere sono sempre sfumate, sono sempre interferenti.” Le idee chiare e distinte di cartesiana memoria alla ricerca di un’improponibile idea sempiterna di verità, non possono essere che fuorvianti, in quanto attengono all’ordine logico della razionalizzazione che “consiste nel voler rinchiudere la realtà in un sistema coerente”

Congruentemente a questa premessa, seguirò un percorso, come dire rapsodico a schema libero e con vari scon-finamenti, sillogismi in erba, pensieri che aprono ad altri pensieri, così come suggeritomi da alcuni miti, nel loro diverso atteggiarsi:dal mito di Chirone, il guaritore ferito al mito di Edipo fino al mito che attiene il labirinto di Cnosso fatto costruire dal re di Creta Minosse, per tenervi prigioniero il Minotuaro, un mostro metà uomo e metà toro.

Evocherò personaggi mutuati dalla letteratura, dalla saggistica filosofica,dalla psicologia, anche analitica, quindi solo spunti riflessioni in modo, da lasciare sempre aperta la possibilità di altre e ulteriori significazioni all’interlocutore-ermeneuta, poiché il significato si costituisce e si arricchisce attraverso la relazione (C.G.Jung).

Non ultimo,tengo a sottolineare che la formazione alla cura di cui parlo in questo contesto,poiché non riguarda un training, come ho già detto, lo attraverserò come un tropo,un operazione volta quindi a creare un luogo traslato, attraverso i miti, in cui nessuno insegna niente a nessuno, dove quindi non si danno risposte,ma dove invece si pongono interrogativi, rispetto alla complessa trama che attiene l’argomento di questo lavoro”. D’altro canto già il concetto di cura rinvia ad una rottura di confini…”perché non c’è cammino valido senza rottura di limiti ”(G.Bataille).

Tenterò, raccogliendo l’esortazione batesoniana, tratta dal saggio,che scrisse con la figlia Mary Catherine, Dove gli angeli esitano, di essere saggia, o per meglio dire, di essere meno stolta possibile scegliendo sempre la condotta dell’esitazione.

Riassumerò alcuni di questi suggerimenti, come viatico, perché mi accompagni in quest’impresa: esitazione a voler sapere a tutti i costi, che è anche contrasto contro la letteralità; cautela a pensare di avere una conoscenza diretta, cioè di non avere un’epistemologia, quella personale con la e minuscola che, viceversa, si costruisce secondo abitudini personali a loro volta favorite dall’appartenenza ad un sistema culturale o scientifico; cautela nell’uso del linguaggio, servendosi di strumenti quali parentesi, corsivo, virgolette, per connotare, aree vuote di significato, di dubbio; esitazione di fronte al nostro sapere, quando lo guardiamo solo per segmenti, perché potrebbe rivelarsi letale; esitazione di fronte ad ogni storia, perché ogni storia è un groviglio di storie; alla fine, esitare ad avvicinarsi su quel terreno “dove gli angeli esitano a metter piede.”

Vorrei precisare, inoltre, che non parlo di un' idea di cura mutuata dalla medicina, per la quale si utilizza la locuzione terapia, con linguaggio medico, e quindi pensata come mezzo di guarigione, con una connotazione che ovviamente allude alla risoluzione favorevole di una condizione morbosa, che non é applicabile, né pensabile, in ambito psicologico, facendo parte della condizione del vivere, affrontare ostacoli e difficoltà, talvolta sotto forma di malattia, la quale può anche rappresentare un’opportunità, anzi un vincolo che può diventare una risorsa, rammentando che “non tutto si può e si deve guarire” (C.G.Jung)

In questo contesto mi riferisco alla cura intesa quindi non come terapia, ma come therapeia, l’antica locuzione greca che indica il prendersi cura di, essere al servizio di qualcuno, di formare, portare il frutto a compimento, assistere.

Therapeia, fra l’altro, dal verbo thero - thersomai (riscaldo, divento ardente) ha una forte valenza simbolica: thero-theros → calore, allude a quella parte dell'anno caratterizzata dalla presenza delle messi e cioè la primavera – estate mentre peutho significa porto, annuncio.

Therapeutes era il servitore, l’assistente, il curatore, nel senso più intimo e personale,del termine, non a caso, Omero, nell’Odissea, connota Patroclo come therapon di Achille, suo intimo amico, quasi un alter ego.

Il tema della cura è stato molto caro alla cultura della Grecia antica ma anche a quella romana, come ci rammenta Michel Foucault in alcuni suoi scritti (L'etica della cura di sé come pratica di libertà, Tecnologie del sé) in cui mette in rilievo come nelle opere greche e romane il famoso detto delfico “conosci te stesso” (gnoti sautòn) era sempre coniugato con la cura di sé stessi, in cui era fondamentale che venissero aperti i confini che delimitavano la conoscenza di sé come fatto puramente mentalistico, cognitivo, all’azione vera e propria, attraverso un lavoro etico ed estetico associato pragmaticamente ad esercizi specifici, diretti ad acquisire consapevolezza di sé, per trasformarlo in condotte di vita, diventare come diceva Epitteto, guardiani di sé stessi.

In età ellenistica, la cura di sé, attraverso, Epicuro , gli stoici, i cinici ecc.. entrò a far parte della cultura del tempo, divenendo una sorta di meditazione che veniva praticata e insegnata anche attraverso la forma scritta, annotare riflessioni su se stessi da rileggere in seguito, scrivere trattati e lettere agli amici per aiutarli, tenere taccuini allo scopo di riattivare nel tempo le verità di cui si aveva bisogno.

Non ultima , Foucault, ci rammenta, come la corrispondenza che si declinava attraverso le lettere amicali costituiva una sorta di esercizio all’autogestione di sé e degli altri.

Lo stesso Seneca, indimenticabile autore delle Lettere a Lucilio, nelle medesime commentava come fosse duplice il significato della lettera, nel suo rinviare ad un processo autoriflessivo per lo scrivente e ad un processo riflessivo per il destinatario, una rottura o per meglio dire un' apertura di confini tre sé e l’altro, una sorta di therapeia, nel significato dinanzi illustrato, che coinvolgeva entrambi gli interlocutori alla cura reciproca e quindi alla continua revisione di se stessi.

Fatta questa precisazione, considerato il titolo indicato in esergo, la prima domanda è perché ho scelto il mito ..a proposito di epistemologia con la e minuscola? Qual è il nesso tra la metafora rinviata dai miti, muovendo da quello di Chirone, il guaritore ferito attraverso Edipo per arrivare al labirinto di Cnosso e la mia idea di cura ?

Andiamo per ordine: perché ho scelto il mito? Il mito, per me è proustianamente “la madeleine inzuppata nel tè,”1, il rientrante di un passato che mi riporta agli anni tra l’infanzia e l’adolescenza, un' intermittenza del cuore, che mi rammenta quanto per me fosse appassionante leggere i libri di argomento mitologico, regalatimi da mia madre, verosimilmente amati anche da lei, che certamente hanno contribuito alla mia educazione sentimentale

Il contenuto dei miti è simile in tutte le culture, come diceva l’antropologo C. Lèvi Strauss e pur nelle differenze culturali è condiviso in quasi tutte le parti del mondo, perché esprime l’attività inconscia dell’umanità, alcuni temi caratterizzanti le rappresentazioni archetipe, significativamente sono presenti in tutta la letteratura.

C.Lévi Strauss diceva che i miti non sono creazioni puramente individuali e che il compito di uno studio scientifico deve essere diretto a dimostrare non come gli uomini pensano e costruiscono i miti, ma come i miti si pensano negli uomini a loro insaputa.

D’altro canto la psicologia sottende un’antropologia, una visione dell’uomo; quella culturale, in particolare, studia i miti e i riti, guardando a quell’aldilà che alberga in fondo alla nostra psiche, attraverso cui, a tratti è possibile intravedere, qualcosa, quell’eccedenza di senso, cui sempre essi rinviano e che ognuno riveste del suo senso.

Jung diceva in proposito, nella sua Autobiografia: che cosa siamo noi per la nostra visione interiore, e che cosa l’uomo sembra essere sub specie aeternitatis, può essere espresso solo con un mito. Il mito è più individuale , rappresenta la vita con più precisione della scienza . La scienza si serve di concetti troppo generali per poter soddisfare alla ricchezza soggettiva della vita singola. Nessuna scienza sostituirà mai il mito.

I grandi interrogativi dell’esistenza, l’origine dell’universo, la vita e il suo senso, la morte, la vita oltre la morte , l’amore, rappresentano lo zoccolo duro, la Cosa in sé inaccessibile alla Ragion pura di kantiana memoria, con i mezzi a nostra disposizione. La ragione diurna, quella già citata da E. Morin, che attiene all’ordine logico della razionalizzazione, non ha argomenti convincenti da offrirci, né tanto meno confini permeabili, tali da consentirci di accedervi.

Invece il mito, come d’altro canto, i proverbi ,il sogno, le opere d’arte, riesce a oltrepassarne i confini, dicendoci, che l’esperienza del senso della vita si forma prima di ogni oggettivazione scientifica, come un naturale affacciarsi alla vita con la vita , una vita che riflette se stessa. Ad essi non si può che accedere attraverso l’ordine della comprensione (verstehen) e quindi attraverso le categorie estetiche dell’intuizione, del sentimento, che poco hanno a che vedere con l’universo della scienza.

Solo il mito ci consente di sondare gli abissi dell’anima: è’ importante avere un segreto, una premonizione di cose sconosciute .L’uomo deve sentire che vive in un mondo che, per certi aspetti, è misterioso;che in esso avvengono e si sperimentano cose che restano inesplicabili. Solo allora la vita è completa. (C.G.Jung)

Jung osservava, che “sfortunatamente oggi si da ben poco sfogo al lato mitico dell’uomo:esso non può più creare miti. Così molto gli sfugge:poiché è importante e salutare parlare anche di cose incomprensibili. E’come raccontare una bella storia di spettri , stando accanto al camino e fumando la pipa

Sicuramente, sono proiezioni antropomorfiche, di cui non ci è dato conoscere la validità, ma è certo che per quanto il mythologhein sia un’attività futile per l’intelletto, per l’anima è un’attività salutare perché “dà all’esistenza un fascino che ci dispiacerebbe perdere”.

A questo punto, non mi resta che raccogliere l’esortazione di Jung al mytologhein (raccontare miti) che mi induce a riflettere, entrando nell’argomento che dà il titolo a questo lavoro, sul fatto che la storia e i miti ci narrano spesso di personaggi segnati da mali che non guariscono, da ferite che mai si rimarginano e che restano aperte sino alla morte

Prometeo e Filottete, Edipo e la ninfa Io trasformata in giovenca per aver rifiutato le nozze con Zeus, che troviamo nel Prometeo incatenato, la tragedia eschilea, perseguitata e trafitta da un tafano, che non le da tregua fino alla morte per dissanguamento, Asclepio strappato dal padre Apollo, dal ventre della madre morente Coronide, condannato quindi ad una perdita precoce sofferta nel suo corpo e nella sua anima e ed affidato alle cure del centauro buono Chirone, sono tutti personaggi segnati da una sofferenza senza fine, nel corpo e nell’anima.

Chirone, in particolare portatore di una ferita permanente al ginocchio, procuratagli da una freccia avvelenata con cui Eracle involontariamente lo aveva colpito, simboleggia l’archetipo del primo medico, conoscitore di erbe, che aveva insegnato ad Asclepio l’arte di guarire.

Questa ferita, non poteva guarire, né cicatrizzarsi, ma nemmeno poteva portare a morte in quanto Chirone, era nato immortale. Un’iniziazione alla sofferenza e alla pena di vivere così che è l’esistenza “il varco attraverso cui entrano nella vita la pietà, la compassione, il sentimento della creaturalità” (Gian Piero Quaglino, Augusto Romano) che consentirà a Chirone anziché chiudersi in atteggiamento vittimistico, di farne una risorsa trasformativa. Il dolore come dice Guido Ceronetti, può diventare un’ eterna miniera generativa.

Si può curare, quindi non se si è sani, ma se si è portatori consapevoli della propria ferita, come ci narra la metafora del Guaritore Ferito che emblematizza con grande forza rappresentativa la fenomenologia dell’incontro terapeutico. Jung diceva in proposito nella sua autobiografia: solo il medico ferito guarisce; ma se il medico si rinchiude nell'abito professionale come in una corazza, non ha efficacia: né la psiche né il mondo possono essere ingabbiati in una teoria, perché ciò che conta, è la personalità del terapeuta che non è uno schema dottrinario, ma rappresenta il massimo risultato da lui raggiunto; dobbiamo lasciare alla sfera delle illusioni la possibilità di una redenzione totale dal dolore di questo mondo (Jung)

Ma torniamo alla ferita e a al suo senso. Una metafora? Certamente , in quanto pensiero che procede per analogie e somiglianze, pensieri che associano e collegano, pensieri che connettono e che non ricadono nel territorio della cosiddetta razionalità. Essi presentano spesso una forza rigeneratrice che arriva diretta al nostro emisfero destro e in modo così pervasivo da darci i brividi, una sorta di approccio estetico alla conoscenza per sensibilità.

In questo caso una metafora, che attiene una rottura di confini, tra identità e cambiamento, tra rischio e sicurezza, che significa dare ascolto, tra le mille voci che ci abitano, a quella che ci chiede di scendere nel cuore della vita, correre il rischio,sapendo che la posta in gioco è alta e che la risposta non è linearmente prevedibile. In questo caso,verosimilmente, l’iniziazione richiede un’esperienza di tipo dionisiaco, una vera e propria compromissione di sé, attraverso l’incontro con il perturbante, così come descritto nel bel saggio di Salvatore Pace Perfezione e Completezza:Edipo tra castrazione e sacrificio, in cui Edipo viene significativamente definito un eroe intellettuale, apollineo, che non vuole sporcarsi le mani, non vuole compromettersi, non vuole affrontare il rischio di andare fino in fondo….. oltrepassare i confini…necessari perché l’esperienza sia veramente trasformativa. Ne riporto testualmente il brano relativo

Uccidere il mostro «vuol dire incorporarlo, sostituirlo», assumerlo e guarnirsi delle sue spoglie. Edipo, invece, rifiuta il contatto con la Sfinge, i loro corpi non sono avvinti nella lotta, non c’è mescolanza, commistione. Edipo penetra e scioglie l’enigma con l’intelletto, annienta e uccide con la parola. Fra tutte le sue colpe - scrive Roberto Calasso - la più grave è quella che nessuno gli rimprovera: non aver toccato il mostro. […] La parola permette una vittoria troppo pulita, che non lascia spoglie. Ma proprio nelle spoglie si cela la potenza. La parola può vincere là dove finisce ogni altra arma. Ma rimane nuda, e solitaria, dopo la sua vittoria.L’Io si inebria e si esalta in questo falso trionfo […] Così non c’è trasformazione perché non c’è compromissione.

Il saggio pone l’accento poi sul sacrificio trasformativo, facendo la differenza tra quei tipi di cambiamento che pur operando sul carattere e la personalità di un individuo , non comportano una ridefinizione della assetto psicologico.

Anzi, spesso, rappresentano veri e propri automatismi protettivi , resistenze volte a difendersi da quel mutamento radicale, trasformativo, che costringerebbe ad affrontare quel caos dove il pensiero diventa impossibile (G.Bateson)

Così, l’individuo è preso in un gioco senza fine” perché i cambiamenti che sperimenta, mantengono i suoi apprendimenti e quindi le sue condotte di vita, di fatto invariati (Paul Watzlawick).

Il vero cambiamento trasformativo richiede una rottura di confini tra un prima e un dopo, un salto logico, ed è vissuto come una catastrofe, ma è la condizione della creatività, del cambiamento: Primo, di far luce in noi stessi; e poi di cercare ogni segno di luce negli altri e di aiutarli e rinforzarli in tutto ciò che di saggio vi sia in loro (G.Bateson)

Certamente un training strutturato è importante, ma bisogna rammentare che il processo formativo in tal senso, ritengo debba andare oltre quei confini anzi, travalicarli in quanto, a mio avviso, di fatto dura tutta la vita .Una sua prosecuzione sicuramente è rappresentata dall’incontro con il paziente nel setting terapeutico che si struttura nel contesto di cura, una palestra,un’altra rottura di confini, a volte attraverso salti logici, doppi vincoli, un’educazione sentimentale, che non ha mai fine. Chiudo ancora con il mito, che ha guidato la mia mano in questo percorso, con un ultima rottura di confini e cioè la metafora polisignificante, attinente il mitologema del labirinto di Minosse, a Cnosso, che si attaglia alla vita in generale, ma in questo contesto particolare, al percorso formativo alla cura, nella significanza rinviata dal guaritore ferito: un' iniziazione, ancora, alla sofferenza, una rottura di confini, in quanto attraversamento per un rinnovamento, la cui messa in discussione continua a rimanere aperta.

Il labirinto di Cnosso è di tipo unicursale, quindi così come rinvia il suo contrassegno allusivo del modo….unicursale… é strutturato su un’unica via, priva di biforcazioni, che si intreccia e si avvolge, creando effetti di illusione e di confusione,.

Il labirinto tradizionalmente è un archetipo, che allude a un luogo inquietante di erranza, in cui sembra impossibile trovare una direzione e in cui è facile smarrirsi: un ossessivo intersecarsi di vie, confondente e disorientante in cui raggiungere il centro sembra impossibile, e spesso il percorso è iterativo, cioè costringe ad una sua angosciante ripetizione.

Però, nell’attraversare il labirinto e la sua paradossale anamorfosi, a cui il viaggiatore smarrito deve dare forma, cercando di intuire l’ideazione progettuale dell’ architetto, diventa fondante il momento del transito, del declinarsi del percorso alla ricerca di alternative e direzioni,in cui l’insidia e le aree di confusione sono sempre in agguato,non ultima la presenza del Minotauro, il mostro che lo abita.

Il viaggio però può diventare trasformativo nel momento in cui all’interno dell’anamorfosi i limiti e i confini privi di un senso, perché privi di una visione prospettica, perdono la loro connotazione di barriere, steccati, frontiere, per diventare contesti di significato, che illuminano la strada per raggiungere l’uscita, guadagnare il centro, cioè conquistare un ordine…acquisire consapevolezza.

In realtà, il raggiungimento del centro è solo la prima tappa del cammino…perché il labirinto presuppone sempre un ritorno, in quanto la vita è piena di labirinti, dai quali non sempre si esce vivi, non a caso pare che tutti i labirinti, abbiano l’ingresso a Ovest, che è la direzione del tramonto e della morte.

Come dice il poeta e saggista Paolo Santarcangerli: Beato chi, come Teseo, potrà uscire dal suo labirinto personale una volta per sempre. Ma la vicenda dell’uomo a cui non arride tanto favore degli dei è più grave, quindi il suo errare sarà lungo quanto la vita. Eppure, l’aver raggiunto la camera segreta anche una sola volta modificherà la sua coscienza per sempre.

La formazione per me è questa, aver almeno una volta attraversato il labirinto e essere riusciti a guadagnare il centro, quindi aver saputo tracciare confini ovviamente provvisori, per poterci tornare come terapeuta insieme al paziente, questa volta nel ruolo di Teseo, che non ha più il favore degli dei.

Entrambi si aggireranno tra anfratti, vicoli ciechi e sentieri bui o scarsamente illuminati, a tratti ripercorrendo zone già percorse, tornando indietro, ci saranno momenti in cui si perdono i confini tra chi guida e chi è guidato, …perché “Il terapeuta è "in analisi" quanto il paziente e, essendo come lui un elemento del processo psichico della cura, è esposto alle stesse influenze trasformatrici". Di conseguenza, la personalità del terapeuta è spesso molto più importante di ciò che egli dice o pensa, sino al punto che egli "non potrà mai portare un paziente più in là di dove è arrivato lui stesso (Jung.).

Ciò significa, che in questo attraversamento vissuto insieme, ritengo sia importante che il terapeuta non dimentichi mai di essere Teseo…seppure.., senza il favore degli dei, ma che ciò nonostante potrà aiutare attraverso la therapeia il suo paziente, non tanto ad uccidere il Minotauro, quanto ad affrontarlo e combatterlo, allontanandosene, una volta trovato il centro.

Così, forse, comprendendo anche lui, il paziente, che dalla vita non si guarisce tranne con la morte e che l’idea di guarigione mutuata dalla medicina è fallace, solo un' utopia.

Per me la cura é questa, aver compreso che attraversare il labirinto è solo l’iniziazione necessaria che ci introduce all’idea che la vita presenta spesso situazioni inestricabili, molto simili all’anamorfosi del labirinto, con cui è necessario confrontarsi per assegnare loro una con-figurazione, che li renda con-fini per un significato: un compito, un karma direbbe un orientale, per dare forma e significato alla vita? Forse. Quanto al terapeuta proseguirà la sua formazione alla cura attraversando altri labirinti da solo, ma più spesso ritengo con i suoi pazienti, rammentando sempre che siamo parte danzante di una danza di parti interagenti e che la sonda è sempre conficcata nel cuore dell’osservatore (G.Bateson)

Per chiudere, vorrei solo ricordare, che proprio il labirinto di Cnosso, a Creta, scoperto dall’architetto Arthur Evans nel 1902, era denominato ABSOLUM. Questa locuzione presenta semanticamente una somiglianza molto forte con ABSOLU (Assoluto) termine che agli antichi alchimisti usavano per indicare la Pietra filosofale. E qui si aprono altri confini..di senso per altri sensi…chissà.?

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Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di biscotto toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M’aveva subito resi indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità, la sua brevità illusoria, nel modo stesso in cui agisce l’amore, colmandomi d’un’essenza preziosa .

Questo saggio é stato presentato durante la riunione del gruppo studio dell'AIEMS, riunitasi a Spoleto, dal 14 al 17 settembre 2012.
 
Conversazioni n.6 PDF Stampa E-mail

Cos'é il cambiamento, se non l’incessante fluire della vita, quel panta rei (πάντα ῥεῖ ) eracliteo, che costituisce la nostra insanabile “coscienza infelice”? Il cambiamento é l'ethos tematico del bel saggio di Laura Formenti “Conoscenza di sé e cambiamento: paradossi e sfide della scrittura autobiografica”, il cui incipit avverte, che c'è da attraversare la selva dello scrivere, processo iniziatico simile alla selva oscura del poema dantesco, per portare “un ordine provvisorio dentro l'apparente caos” con qualche sprazzo di luce. Ma il caos emozionale, non può essere raccontato dalla ragione discorsiva, bensì dai sillogismi in erba del pensiero abduttivo, simili a pennellate, brani di vita, emergenti dalla parola retrospettiva dell'analista: ”Quando la smetterà di parlare come un libro e mi racconterà quello che sente davvero?” e della protagonista: “La teoria che spiega e che vincola, un nuovo paradosso nella teoria del racconto autobiografico. Un susseguirsi di metafore, analogie, per dire che “la vita rimane un territorio inesplorato”, in cui mi sembra, aleggi l'ammonimento batesoniano a non avventurarsi su quel terreno dove gli angeli esitano a metter piede.

L’autobiografia, quindi, impegna la memoria retrospettiva tra storie vissute e storie raccontate, tra ragione discorsiva e quell'intermittenza del cuore di proustiana memoria, volta ad illuminare opacità del passato, alla ricerca di nuove costituzioni di senso.

Raccontava Francois Mauriac di non essere riuscito a scrivere più di un capitolo sulle sue memorie, perché riteneva che solo il romanzo esprimesse l’essenziale di noi stessi. La finzione non mente, socchiude nella vita di un uomo una porta segreta, attraverso cui scivola fuori da ogni controllo, la sua anima sconosciuta. In questo caso, la partecipazione straniata sulla scena della memoria retrospettiva, per illuminare verità che il racconto autobiografico non potrà mai soddisfare. Mi chiedo, senza scomodare questioni onomasiologiche, se il genere autobiografico, nel contesto della cura di sé, riguardante il dominio psicologico potrebbe meglio denominarsi romanzo autobiografico ?

Una saga della memoria, quindi alla ricerca di un tempo perduto,inattingibile come quell’identità della giovinezza verso cui è impossibile remigare, che “sembra un invito desiderio volto a riappropriarsi dei sensi (olfatto, gusto, udito) ”affinando i sensi, la memoria e il pensiero critico” per ascoltare il fluire del tempo e il declinarsi degli eventi, verso una “spinta a scrivere legata alla mancanza di qualcosa che si vorrebbe conoscere e possedere, qualcosa che ci sfugge” (I.Calvino). Qualcosa che rinvia all'altro, “la relazione viene per prima, precede” (Bateson).

Laura Formenti dice infatti: “tracciare le coordinate di un'identità sistemica è assai impegnativo [...] richiede una certa dose di presunzione [...] dovrei fare riferimento a me stessa, alla mia unicità [...] Come posso distinguere ciò che mi riguarda come singolo dalle caratteristiche dei rapporti in cui sono immersa?”

E inoltre: “Se tra me e la mia percezione organica del mondo non può non frapporsi sempre l'epistemologia, come non può non frapporsi sempre tra me e la comprensione di me stesso, se la mia epistemologia è il principio che organizza tutta la mia comprensione, allora non sono in grado di capire mai niente” (Bateson).

Ecco il paradosso dell'auto/biografia. Come uscire dal “finalismo cosciente indesiderabile” e dai doppi vincoli? Credo, attraverso una esperienza misterica, misterico, da mistòs, muto, silente, allude a un attraversamento simbolico, eccedente e indicibile,infatti Laura Formenti, significativamente, preferisce al termine cambiamento la parola trasformazione più adatta ad esprimere il genere autobiografico.Trasformazione, infatti, come nell'individuazione junghiana, é significante linguistico che parlando per immagini apre l'accesso alle categorie estetiche del senso: “ci può essere più verità nel mito, nel sogno, che nel racconto di vita. La poesia svela ciò che la prosa occulta” cioè “una partecipazione stupita a questo gioco con regole ignote”, che é la vita.

 

Commento pubblicato nella sezione Conversazioni del n 6 della Rivista Riflessioni Sistemiche 

 

 

 

 

 
Conversazioni sistemiche n.5 PDF Stampa E-mail

La mia attenzione,  in particolare, va al bel saggio di Sergio Manghi,  “Il processo di desacralizzazione. Una lettura di René Girard “. Il saggio, nell’incipit, introduce il contesto argomentativo, cioè la nozione di processo nel pensiero sistemico e  l’embricarsi  del medesimo negli studi girardiani, con una precisazione: la nozione di sistema va riferita unicamente ai fenomeni viventi in generale e umani  in particolare, considerato che esso, tra le sue tanti parti interagenti, ne ha una più peculiare, rappresentata dall’uomo, che non può essere definito attraverso formule. Il processo rappresenta il farsi ininterrotto del sistema, l’evolversi del soggetto umano verso un’infinita circolarità mimetica, che come dice Girard, crea un legame fenomenologicamente indissolubile tra gli esseri umani.

Quest’ultimi, non più figli del Cogito ergo sum cartesiano, ma soggetti emozionali ,sono diretti a cercare il senso della loro vita negli altri, in quanto  una sorta di peccato originale, senza Dio, li condanna  a nascere“desideranti e imitativi”. Il saggio, ripercorrendo le colte intuizioni di R.Girard  vede nella imitazione reciproca ininterrotta, un ineludibile, ansiogeno, circolare con-esserci con l’altro, desiderante e imitativo, complice  un modello mediatore, testimonial compulsivamente seduttivo, evocatore di una mimesi desiderante.

Ma  “Due desideri che convergono sullo stesso oggetto si fanno scambievolmente ostacolo. Qualsiasi mimesis che verta sul desiderio va automaticamente a sfociare nel conflitto.” Infatti,l’infinita circolarità mimetica foriera di un intollerabile instabilità relazionale, compromettendo la stessa sopravvivenza umana, impone  quel criterio selettivo di batesoniana memoria, in grado di sviluppare una relativa stabilità dei processi interattivi.

Come? Secondo Girard,  attraverso il  sacro, le cui  liturgie  si consumano con l’uccisione rituale e condivisa  di un capro espiatorio,  rimedio ad una Noità invasiva e seclusiva, verso un ubi consistam, che fornisca una certa stabilità ai processi interattivi quotidiani.

Infatti, l’uccisione del capro espiatorio salva dall’indifferenziato, dalla crisi, che abolisce gerarchie e differenze, come il grande Shakespeare aveva intuito, per sancire  l’ordine delle differenze, stabilendo  chi è l’escluso,depositario del male  e chi invece può salvarsi.

Il  conflitto scatenato dal desiderio mimetico, come ci suggerisce S.Manghi, si ricollega alla nozione di doppio vincolo di batesoniana  memoria e ai temi sacrificali ad esso connessi, che hanno sia il volto drammaticamente sofferente dello schizofrenico, salvifico capro espiatorio della sua famiglia, sia il volto creativo della poesia del sogno, del mito, descritto dall’epistemologia sistemica.

Sarà l’antropologia nata dai Vangeli, cui la sistemica è debitrice, a disvelare l’innocenza della vittima  e  a stabilire i  limiti e le responsabilità di ciascuno, in modo da “vedere/concepire in tutta la loro complessità i nostri doppi vincoli”.

Questa consapevolezza, impone una revisione  della nozione di sacro, come suggerisce Manghi –Girard,  aprendo la via alla desacralizzazione, come processo infinito, asintoticamente diretto ad una nuova nozione di sacro,  genialmente intuita dall’incompreso Nietzsche con la “sua” morte di Dio, ben lontana , da un inno all’ateismo , lui, che insieme a Kafka, è stato il più disperato dei cercatori di Dio.

Cosa suggerisce uno scenario siffatto? Suggerisce, che le intuizioni mimetiche di Girard, come già ha osservato V.Gallese, potrebbero rappresentare premessa  per  un approccio multidisciplinare allo studio dell’intersoggettività umana. Inoltre, che sarebbe auspicabile, come dice Sergio Manghi,  l’epifania  salvifica di una nuova idea di sacro, evocata da una metanoia, che facendo a meno di capri espiatori, fondi una cultura del terzo incluso e non del terzo escluso, ricordando con Bateson  che “siamo parte danzante di una danza di parti interagenti”. Però“la crisi nella crisi “ quella de “L’epoca delle passioni tristi” non  rinvia forse a  una nube di nebbia che ci illude sulla prossimità di una meta.? In atto, però ” la nube si dilegua e la meta non si vede ancora”.(L.Wittgenstein) .

Questo contributo, riguardante il n. 5 della Rivista telematica "Riflessioni Sistemiche", è stato pubblicato nella sezione Conversazioni della medesima.

 
neorealismo -panrealismo PDF Stampa E-mail
        

Neo-realismo-panrealismo o ermeneutica e pensiero debole: un equivoco di ordine logico ed epistemologico

Ho seguito, la querelle iniziata con il Manifesto del New Realism di Maurizio Ferraris apparso su Repubblica dell’8 agosto 2011, proseguito poi con gli interventi di Vattimo, Umberto Eco, di altri e di Emanuele Severino nel Corriere della Sera .

Premesso che la mia risposta sarà quella di un counselor  sistemico-costruzionista, quindi, all’interno delle lenti colorate della mia epistemologia con la e minuscola, (G. Bateson,) sinceramente questo manifesto pan-realista ha immediatamente evocato in me la metafora coniata da G F. Hegel nei confronti dell’Assoluto indistinto di Schelling,  amorfo, disarticolato, paragonato “alla notte in cui tutte le vacche sono nere”: uno sguardo, che non vede le differenze, che non ha attraversato la complessità,  le contraddizioni e, perché no, i paradossi, i doppi vincoli, le tesi falsificabiliste che scandiscono il nostro essere al mondo.

Mi chiedo a quale realtà si riferisca Maurizio Ferraris, considerati gli esempi che porta. Infatti, quando Egli connota come spregiudicata la gestione  politica del  presidente  Bush, diretta solo a fini di potere, credo che ciò faccia parte di contingenze storiche, di rappresentazioni comunque della cosiddetta realtà umana, sempre cangiante, immersa  e sommersa, dal e nell’ “Ordine del discorso” di foucaultiana memoria.  

Come dice H. G. Gadamer, rispetto all’uomo “la sua storicità fa sì che egli interpreti gli eventi nell’orizzonte proprio, tracciato dalla sua appartenenza ad una tradizione e quindi all’interno dei suoi pre – giudizi, ”che sono molto più che i suoi giudizi, sono la realtà storica del suo essere”. Essi indicano solo la mappa cognitiva, lungo la quale si declina la nostra apertura al mondo, ineliminabile, al di là di ogni ragionevole dubbio.

Semmai il problema (e qui concordo con Umberta Telfner) sta nel connotare  le differenze in termini di o / o e non  di e / e.

 L’uomo è parte del mondo storico sociale e quindi la comprensione di questo mondo che si realizza nelle Scienze dello Spirito, richiede procedimenti propri, diversi dai metodi delle Scienze naturali che pongono differenze radicali tra soggetto e oggetto del conoscere, definizioni discrete quindi, quantizzabili, di tipo causalistico –  lineare.

Qui mi riallaccio all’esempio riportato da Maurizio Ferraris, a proposito della relazione tra medico e paziente, in cui Egli dice che il secondo vuole chiarezza sul suo corpo (inteso come organismo corpo-oggetto della Scienza?)

Verosimilmente il  paziente  aspetta  risposte su di sé, come persona, il cui “accadere temporale” si declina come un processo che va compreso in termini psicologici e non come un insieme di sintomi che vanno spiegati a partire da un quadro di riferimento esterno, come avviene nelle scienze naturali.

 L’equivoco, alla fine, nasce dal rifiuto di una visione binoculare del  mondo e dei suoi multiversi, il cui fondamento di senso è dato dall’idea che “siamo parte danzante di una danza di parti interagenti.” (G. Bateson)

Allora l’approccio neo-realista non esclude  quello post moderno, anzi,  essi si intrecciano e si embricano in quel necessario approccio bio – psico - sociale verso cui si è da tempo orientati  nei contesti di cura, allorquando si è compreso (riappacificando le due epistemologie, come dice Maurizio Ceccarelli) che la mente non può essere ridotta al suo substrato materiale – il cervello –  né al suo substrato socioculturale e quindi vederne solo un mero riflesso nelle relative alterazioni.

Concludendo, l’Io insalvabile di Ernst Mach muore e rinasce incessantemente, è inattingibile, condannato, come l’acqua di un fiume,  ad un eterno  fluire esistenziale, che scorrendo impedisce  l’approdo ad una  identità fissa immutabile, reale, come il mondo che abita e per questo “la verità è l’invenzione di un bugiardo”.(Heinz von Foerster)

Questo contributo insieme a quello di altri è stato pubblicato nel sito www.aiems.eu

 

 Il  soggetto umano è parte del mondo storico sociale e QueQQuesto quindi la comprensione di questo mondo che  si realizza nelle Scienze dello spirito, richiede


     
 
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