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va3e8920 Dott.ssa Rosanna Pizzo consulente relazionale (counselor), esperto dell'ascolto e della comunicazione e del processo di aiuto alla coppia, alla famiglia, al singolo e all'adolescente.

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Le persone si lasciano convincere più facilmente dalle ragioni che esse stesse hanno scoperto piuttosto che da quelle scaturite dalla mente di altri.

Blaise Pascal

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Il Teatro Elisabettiano e i contesti di cura: uno sguardo attraverso il pensiero vago PDF Stampa E-mail



Il Teatro Elisabettiano e i contesti di cura:uno sguardo attraverso il

pensiero vago

 










 

Quando due testi, due affermazioni,

due idee si contrappongono, divertirsi a conciliarle

anziché annullarle una attraverso l’altra, ravvisare

 in esse due aspetti, due stadi successivi dello stesso fatto,

una realtà convincente appunto perché complessa,

umana perché multipla
 

Margherite Yourcenar 

 

 Qualcuno si chiederà cosa c'entra  il Teatro elisabettiano con il pensiero vago e i contesti di cura e quindi il setting del counseling sistemico e / o della psicoterapia.

Vediamo di arrivarci passo passo attraverso la revisione dell' articolo:Il Teatro Elisabettiano e la sua Episteme, pubblicato nel novembre 2005 sulla rivista telematica Astratti Furori della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Catania.

Detta revisione, o per meglio dire rivisitazione, è stata operata attraverso un abduzione, metodo intellettuale che fu fondamentale nel pensiero  Bateson e che si riferisce ad una  "forma di ragionamento in cui una somiglianza riconoscibile tra A e B propone la possibilità di somiglianze ulteriori1" che fanno nascere pensieri diversi.

Così, attraverso detto processo, la mia mente ha cominciato a vagare, agendo involontariamente (se così non fosse stato sarebbe stato improponibile e d'altro canto il titolo dell'articolo significativamente introduce questo tema) quelle pratiche fluidificanti del pensiero di batesoniana memoria, che potrebbero avere come cornice di senso questa metafora:”La più ricca conoscenza dell'albero comprende sia il mito sia la botanica2

Che significa questo incipit apparentemente bizzarro?

Con questo incipit si vuole alludere al pensiero di Bateson strutturato sul metodo della doppia descrizione, che giustappone il pensiero della narrazione tipico del mito, assimilabile al pensiero vago fondato sull'abduzione e sul sillogismo in erba e il pensiero scientifico assimilabile al pensiero rigoroso fondato sulla deduzione e il sillogismo classico detto in Barbara) .

.Egli vedeva nella loro combinazione uno strumento veramente prezioso per la scienza

Vediamo di fissare la differenza fra i due sillogismii.

Il primo sillogismo sotteso da queste concettualizzazzioni, appartiene a quello che Bateson definiva in erba, diverso dal secondo tipico della logica tradizionale detto in Barbara, fondato sulla classificazione...del tipo"Tutti gli uomini sono mortali. Socrate è un uomo quindi è mortale"(Socrate è mortale in quanto facente parte di una classe i cui appartenenti condividono il medesimo predicato).

Il sillogismo in erba, invece, si fonda sulla connessione.

Celebre è l' esempio batesoniano, celebre anche perchè, a prima vista, sembra scardinare tutte le premesse della logica tradizionale, infatti recita così:"L'erba muore, gli uomini muoiono, gli uomini sono erba".

Il morire, qui, non esclude da una classe, nè include in una classe come il sillogismo in Barbara relativo a Socrate, ma è un predicato che collega due elementi presenti nelle premesse sillogistiche : l'erba e l'uomo quindi uomo e natura......

So benissimo che i professori di logica classica disapprovano questo modo di ragionare........ma sarebbe sciocco prendersela con tutti i sillogismi in erba , perchè essi sono la materia di cui è fatta tutta la storia naturale e li si incontra a ogni piè sospinto quando si cercano le regolarità del mondo biologico”.. l'essere parte di una danza di parti interagenti....3.

 

Al pensiero vago, evocatore di sillogismi in erba non si può ricorrere intenzionalmente, in quanto aleatorio, inintezionale e per questo produttivo, generatore di nuovi pensieri, suscitatore , come tale e più facilmente di risposte prima ignote e quindi creative.

Esso, infatti agisce come correttivo della finalità cosciente, derivante dall'artificio dell'intelletto e della sua hybrys mentalistica, attraverso l'amore, le arti figurative, la religione, la poesia, le lettere, il contatto con la natura e con gli animali.

In particolare rispetto a quest'ultimi, sottolinea Bateson, che essi si comportano e comunicano con naturalezza, a differenza dell'uomo corrotto dall'inganno, perfino contro se stesso, dalla finalità e dall'autocoscienza, l''uomo ha infatti perso la grazia che gli animali ancora possiedono.4

Norbert Wiener, per esempio, quando doveva affrontare un problema impegnativo di matematica o di ingegneria si sedeva davanti a una tenda agitata dal vento o guardava i movimenti dell'acqua e di altre cose.

Quei movimenti, gli riempivano gli occhi , mantenendo il suo cervello in movimento,in un maniera vaga non specializzata, attraverso cui i pensieri privi di un nesso logico di tipo grammaticale, quindi...perchè ecc...generavano, anziché chiudersi, altri pensieri.

Questa lunga premessa per dire che quest'articolo è dedicato a chi ama il teatro, a chi in particolare è curioso di conoscere alcuni temi che hanno caratterizzato il teatro elisabettiano, a chi ha una mente eversiva del tipo...come ha detto Shnerwood Anderson in Winesburg, Ohio “Chiunque adori una verità diventa grottesco”.

Ancora, proseguendo su questa scia, a chi non crede alle costruzioni della causalità lineare, anzi, ritiene che il linguaggio non è la realtà, a chi è fantasioso ed utilizza più spesso l'emisfero destro, quello psicotico, la parte non analitica, olistica della nostra corteccia cerebrale, per intenderci,a chi utilizza l'abduzione e il sillogismo in erba del pensiero vago, ma lo sa anche combinare con il pensiero rigoroso ed è quindi disponibile ad attraversare territori impervi, come si addice a chi deve affrontare contesti di cura o del prendersi cura.

Alla fine, spero, che chi legge questo mio scritto, possa attivare il suo pensiero vago per generare altri pensieri.

Ma ritorniamo a questo Teatro Elisabettiano misterioso e affascinante che come vedremo per la sua peculiare incompiutezza è depositario di una molteplicità di significati potenziali, che insieme ad alcune caratteristiche sue proprie, mi ha suggerito, attraverso le indicazioni dell'emisfero destro, alcune giustapposizioni, nel senso che espliciterò durante la mia narrazione, più esattamente sillogismi in erba, tra lo storico del teatro, il terapeuta o counselor, il setting del teatro elisabettiano  e il setting dei contesti di cura .

Così, introdurrò il tema, intrecciandolo con alcune parti significative, per poi passare ad una seconda parte, in cui attraverso la narrazione-descrizione del genogramma, tecnica utilizzata nell'approccio sistemico, mutuerò, ancora, isomorfismi con la storiografia elisabettiana.

Ma procediamo per ordine, andiamo al mio Teatro Elisabettiano,

L’espressione “Teatro Elisabettiano”, viene usata in senso lato dagli studiosi per alludere ad un fenomeno culturale sostanzialmente omogeneo, che iniziato nel 1576 , dopo aver attraversato sia il regno di Elisabetta I, che quello di Giacomo I Stuart , figlio della sfortunata Maria Stuarda (1603-1625)sia infine quello del di lui figlio Carlo I Stuart ,(1625-1649) si concluse con la decapitazione di quest’ultimo in piena guerra civile e con il Commonwealth del puritano Cromwell e quindi con la chiusura dei teatri il 2 settembre 1642, per volere del Parlamento.

Non sarà facile parlare del” teatro elisabettiano, per la complessità dell’argomento che il troppo poco spazio riservato ad un articolo non potrà certamente contenere esaustivamente, per cui si cercherà di fissarne alcune aspetti significativi, con l'obiettivo introdurre alcune analogie con i contesti di cura e o del prendersi cura..

Innanzitutto, notevoli sono le difficoltà che incontrano gli studiosi rispetto alla identificazione di fonti e documenti attraverso cui ricostruire sia la forma dei teatri elisabettiani che le modalità della messinscena,  mediante un’approccio corretto, che ne identifichi l’episteme, senza sovrapporre modelli culturali estranei all’età elisabettiana.

Ma cosa intendiamo per episteme?

L’episteme rappresenta, quell’apriori storico che solo nel suo essenzializzare i codici fondamentali di una cultura consente allo storico lo studio dell’oggetto spettacolo del passato, ricostruito, appunto, attraverso il relazionamento con altri oggetti appartenenti al medesimo contesto culturale (la stessa episteme)

Questa connessione “tra oggetti”, come dice J.M. Lotman5 appartenenti alla stessa “semiosfera,” diventa operazione prioritaria per lo storico, nel tentativo di colmare le carenze documentarie legate al fatto incontrovertibile di doversi accostare allo spettacolo teatrale…. di un passato remoto fatto della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni e la cui ricostruzione, deve essere condotta in assenza dell’oggetto per sua natura…impermanente

Un analogia mi viene subito in mente ed è la seguente:nei contesti di cura e/ o del prendersi cura per il il terapeuta e /o counselor nel momento che utilizza un approccio diretto all'applicazione del genogramma, ovvero la rappresentazione dell'albero genealogico, per identificare le relazioni tra i membri di una famiglia nel suo declinarsi almeno attraverso tre generazioni, non trova forse le medesime difficoltà dello storico elisabettiano?

:La connessione tra oggetti appartenenti alla stessa semiosfera guidata dall'operatore storiografo non sono forse metafora di un irrepetibile spettacolo di altre vite fatte della stessa soistanza di cui sono fatti i sogni e rivisitati attraverso la memoria emotiva,quello che resta quando si è dimenticato tutto dell'albero genealogico, quindi i codici fondamentali di quella cultura familiare?

Esso parla attraverso i suoi vuoti, i suoi spazi bianchi i suoi lapsus ,le sue confusion6...

Gli strumenti documenti per comprendere i punti nodali di una storia .non sono forse rappresentati dal linguaggio che ogni paziente utilizza nella costruzione dell'albero in tutti i suoi aspetti lessicali, sintattici, metaforici, evocativi....come...la ripetizione di un vocabolo, la punteggiatura di un racconto, la struttura dei periodi, la prosodia, il modo preciso o confuso con cui sono evocati i ricordi, l'uso di determinati vocaboli, che hanno un significato non solo lessicale, ma soprattutto semantico e solo per quella famiglia?7

Il terapeuta e/ o counselor, deve aver già esplorato la propria famiglia interiore e quindi non proiettare codici interiori estranei a quella data cultura, senza per questo, perdere di vista la comunanza di specie e di destino con l'altro nella sua unicità, perchè, come dice Vittorio Cigoli, il volersi sentire troppo dominatori rispetto al proprio sapere, apre la via all'allontanamento dall'altro e il dialogo declina verso la menzogna.8  

E i teatri elisabettiani, di cui è difficile ricostrure la forma, non evocano attraverso l'aiuto del terapeuta-counselor, forse, il topos struggente dei ricordi e cioè di quei luoghi della vita familiare, come per esempio, la casa dell'infanzia, la casa dei nonni, la casa delle vacanze, magari demoliti, venduti,ereditati da altri, inesistenti nella loro materialità, rimasti vivi,però, nella memoria, perchè narrati da altre figure significative e cioè, nonni, genitori, zii?

Tante volte la descrizione è solo il prodotto della memoria emotiva, che ha investito quei luoghi di valenze simboliche che sono solo significanti, non perchè reali, ma veri nel loro essere spazi di ancoraggio della memoria familiare, incaricati di rappresentare riti e miti di quella particolare famiglia:” ogni cosa è testimonianza delle differenti tappe di costituzione della famiglia nel corso di una o più generazioni”9 .

Quanto poi all'episteme, essa non è forse rappresentata dall'identificazione dello apprendimento di un determinato schema relazionale, attraverso le vicende delle generazioni precedenti?

Questa visione attraverso le generazioni, che si intreccia e si embrica con la propria storia, rivissutà in quell'orizzonte di continuità tra le medesime, proposto dal genogramma, non dischiude forse, un'orizzonte verso la comprensione (verstehen) di maniere di essere che ci abitano inconsapevolmente e che costituiscono la trama e la connessione tra noi e le generazioni che ci hanno preceduto e dalle quali siamo parlati? ( parte danzante di una danza di parti interagenti, direbbe Bateson)

Tutto ciò non restituisce un senso alla sofferenza ed aiuta a ridemensionare l'ansia di essere totalmente responsabili delle vicende della propria famiglia ?

Certamente la storiografia francese delle “Annales” con la sua identificazione del fatto storico come oggetto costruito dallo studioso, ha rappresentato una fondamentale rottura epistemologica rispetto ad un corretto approccio al fatto teatrale e ai pericoli del feticismo documentario.

Aggiunge il prof. M.De Marinis e quante volte ….”non dato, ma creato dallo storico- e quante volte? Inventato e fabbricato per mezzo di congetture, per mezzo di un lavoro delicato e appassionato."    

Non somiglia forse l'operatore dei contesti di cura e o del prendersi cura allo storiografo elisabettiano, che per raggiungere l'oggetto teatro tanto lontano e in presenza di una documentazione frammentaria e lacunosa, deve certamente ricorrere all'abduzione e ai

sillogismi in erba tipici del pensiero aleatorio, produttivo di altri pensieri :e quindi all'ipotizzazione sistemica, come plurima descrizione di variegate e molteplici ipotesi.?

L’approccio alla complessità, richiede quindi una estrema cautela contro ogni idolatria documentaria, cosa che la nuova storiografia teatrale sta facendo, attraverso una ridefinizione epistemologica dello statuto teorico del documento, considerato alla luce delle indicazioni di studiosi come M.Foucault, Le Goff, Zumthor.

Iniziata da L. Febvre e Bloch la critica al documento, proseguita da Zumthor che per primo parla del documento come “monumento”, approfondita da M.Foucault nel suo celebre, L'archeologia del sapere”, viene riproposta da J. LeGoff, il quale indica come primo dovere dello storico,la critica del documento,qualunque esso sia.in quanto monumento”

Il documento è monumento. E’ il risultato dello sforzo compiuto dalle sociètà storiche per imporre al futuro –volenti o nolenti- quella data immagine di se stesse.

Al limite, non esiste un documento-verità. Ogni documento è menzogna. sta allo storico non fare l’ingenuo.

 

Per analogia il documento monumento potrebbe essere rappresentato da quelle pieghe della memoria, che durante la compilazione del genogramma servono a nascondere i pacchetti, i segreti, come sforzo compiuto dalle generazioni precedenti di mantenere una determinata immagine del sistema familiare. Vediamo come e perchè.

Che cosa sono i pacchetti e i segreti?

I primi hanno determinate caratteristiche e cioè si riferiscono ad un momento significativo della vita familiare: essi sono stati consegnati da un membro importante della famiglia, con la regola ferrea ed implicita che non può essere data nessuna spiegazione realistica circa il contenuto; i secondi sono connessi sempre ad un divieto, in genere riguardante fatti di natura morale, come tali soggetti al silenzio, perchè legati ad eventi o a personaggi non rispondenti al mito o alla bandiera familiare, ma in genere incoerenti con la sua storia reale.

Ma l'abillità dell'operatore sta , come quella dello storiografo, nel riuscire a far si che il segreto, e o il pacchetto monumento,vengano fuori nel corso del genogramma, in modo da “costringere” il cliente ad aprire il pacchetto e o ad esplicitare il segreto, per liberarne il significato spesso doloroso e quindi ristrutturarne il senso, perchè la sua maniera di essere nel mondo possa ancorarsi ad un migliore progetto di vita.

 

      ll Teatro:docere delectare movere, o....?


 


Daumier- Spettatori a teatro
 

Da sottolineare che il Teatro era terreno di pesante scontro ideologico e non a caso i teatri pubblici elisabettiani furono costruiti fuori dalla cerchia delle mura e della giurisdizione della City,in luoghi detti “liberties”

:Come dice Loretta Innocenti erano”spazi di esilio e di licenza, di libertà carnevalesca nei confronti del potere e della cultura dominante, luoghi marginali del piacere e del divertimento”.12

Le liberties rappresentavano quello spazio di esclusione che si oppone alla cultura,ma che rappresenta ad un tempo il proprio tipo di caos selezionato e creato dalla stessa cultura, non casualmente.

Restano in tal senso memorabili le polemiche contro la finzione teatrale, definita pericolosa (conclusasi con la chiusura dei teatri) perché nel suo spingere perlocutoriamente all’azione, attraverso quel senso potente e immediato che è la vista, corrompe l’anima degli spettatori ed innescando, inoltre, un diabolico meccanismo di identificazioni e di proiezioni, crea liminalmente pericolose derubricazioni della realtà.

Un vero e proprio Male Assoluto!

Riferisce Loretta Innocenti, che nel Rinascimento inglese i detrattori del teatro vedevano come pericolosa l'influenza della finzione teatrale, in quanto operava come la lebbra, che secondo certe teorie mediche poteva addirittura essere trasmessa attraverso la vista. . Così il teatro era provocatore di un contagio, corruttore dell'identità ed in particolare , poiché le parti femminili venivano assunte da giovani di sesso maschile, alcuni trattati antiteatrali sottolineavano il fatto che la finzione teatrale rendeva effeminati o spingeva additittura ad assumere l'identità dell'altro:di fatto una polemica tra ragione e sragione!

Non possiamo non pensare ai manicomi nel primo Novecento e al loro essere, come le liberties, significativamente dislocati nelle periferie delle città.



Ex Manicomio psichiatrico di Volterra 1883





 

Inoltre, molto prima, durante il Rinascimento, il tema dell'esclusione e dell'opposizione alla ragione non era forse rappresentato dalla Nave dei folli, emblematico stichwort, parola simbolo del rapporto tra ragione e sragione creato dalla stessa ragione? Ma cos'era la Nave dei folli?

Era il Narrenschiff, uno strano battello ubriaco,che navigava durante la prima metà del XV secolo, attraverso i fiumi della Renania e i canali fiamminghi e che trasportava un carico di insensati da una città all'altra.

I folli avevano un esistenza vagabonda,in quanto la città li emarginava, magari in campagne lontane dei centri abitati, oppure li affidava a mercanti o a pellegrini.

Sembra, che queste navi dei folli, che hanno ossessionatio l'immaginazione nel Primo Rinascimento, siano state navi di pellegrinaggio altamente simboliche di insensati alla ricerca della loro ragione.13

Ma la loro ragione non l'hanno certo ancora trovata,.considerato che la chiusura dei manicomi, con la legge Basaglia del 1978, non ha risolto granchè in ordine all'approccio alla cosiddetta malattia mentale, ed anche, se certo non è auspicabile la loro riapertura , essi oggi sono dislocati presso altre liberties, sopravvivono, in altri termini, sotto mentite spoglie in una forma meno visibile....ma non per questo meno drammaticamente vera.

Adesso ritorniamo al nostro teatro .e alle polemiche, che poi portarono alla sua chiusura nel 1642.

Il teatro elisabettiano aveva i suoi detrattori, ma anche coloro che lo difendevano strenuamente, come alcuni studiosi del tempo tra cui Heywood che attribuiva ad esso una capacità trasformativa, in grado di educare gli spettatori verso una vita più piena e creativa.

Sidney, a sua volta, identificava l'effetto persuasivo del teatro e cioè il moving, suscitatore di forti emozioni, come mezzo diretto a finalità didattiche.

Richiamava anzi i vecchi concetti della retorica classica e cioè il movere, il delectare, e il docere, che rendevano positiva ed accettabile detta esperienza, in quanto connotava l'immedesimazione solo come consapevole ricezione di un exemplum.14

Queste tre varianti semantiche sono presenti nei contesti di cura,come vederemo, però muta o perlomeno dovrebbe mutare la cornice semantica e la finalità in quanto caratterizzata da un setting strutturato e condiviso all'interno di una domanda d'aiuto. Questo setting, però, anche se ciò non è auspicabile, può anche declinare verso la manipolazione dell'altro, come quel teatro ad alto coinvolgimento emotivo che era quello elisabettiano, con le sue grandi figure epiche, grandi nel bene e nel male, da Macbeth, a Lear ad d Amleto, che per i suoi detrattori corrompeva l'anima degli spettatori.

Ma vediamo da vicino brevemente alcuni aspetti o per meglio dire alcune caratteristiche di questa episteme e cioè quelle relative alla messa in scena, al pubblico e all'utilizzazione del teatro da parte del potere.costituito e cioè di Elisabetta prima d'Inghilterra

 

La messa in scena





Riguardo alla prima, una caratteristica peculiare era data dal suo totale desituarsi dalle unità aristoteliche di tempo luogo e azione, accanto all’affascinante quanto magica mescolanza di comico e tragico, tanto caro ai drammaturghi inglesi, che già si era visto nel teatro medioevale dei mystery e dei morality play.

Quante volte il terapeuta e o il counselor, devono alleggerire la tensione, laddove sono presenti gravi problematiche,con interventi diretti ad allargare la prospettiva della responsabilità individuale, restando nel tema del genogramma, facendola risalire ad un processo plurigenerazionale e transgenerazionale, che, come dice Bowen, in genere rinvia ad una carente differenziazione del sé nell'ambito familiare.e a gravi problemi di invischiamento, quando non vengono rispettati, appunto, i confini intergenerazionali.

Il teatro elisabettiano, come abbiamo già detto, inscenava spesso l’improvvisazione, l’invenzione, infatti il commediografo professionista rinunciava ad ogni diritto all’opera nel momento in cui la vendeva alla compagnia, che poteva anche curarne la pubblicazione e venderla ,una volta che cessava l’interesse del pubblico rispetto alla visione teatrale.

Quindi la teatrologia elisabettiana , dove il dramma esisteva in quanto rappresentazione, non era considerabile opera letteraria da connettere ad un copione o a un libro pubblicato, in quanto per l'elisabettiano esso era un avvenimento concreto, l'opera messa in scena a cui partecipavano attori e pubblico Una profonda, partecipata e spontanea immersione nello spettacolo da parte del pubblico

Tutto ciò non evoca forse i contesti di cura, dove sul canovaccio portato dal cliente si co-costruisce insieme all'operatore,la cosiddetta analogia narrativa, “ la vita come testo narrato?”17

 

Il Setting del teatro elisabettiano e la quarta parete







 Roma:il  Globe Theatre ricostruito a Villa Borghese

Ma l’aspetto certamente ancor più singolare ed affascinante di questo teatro è rappresentato dalla realtà di un palcoscenico che si protendeva verso la platea, in uno spazio concettuale, simbolico, senza la quarta parete.del proscenio, che oggi separa la scena dal pubblico e quindi il momento della finzione da quello della realtà.

La quarta parete, tra l'altro, è stato argomento del teatro di Pirandello e famoso è rimasto in tal senso il teatro laboratorio di Grotowski, che mescolava nelle sue celebra messa in scena attori e spettatori al fine di elidere lo spazio della finzione separato  da quello della realtà

Il dramma elisabettiano, in cui erano presenti grandi figure epiche,(da Amleto a Macbeth a Re Lear) non si avvaleva delle regole delle tre unità aristoteliche, come ho già detto, anzi era costantemente aperto alla relazione, alla comunicazione,

Il palcoscenico significativamnete inglobava attori e pubblico.

Gli attori vivevano i loro ruoli come intrecciati, embricati con il pubblico con il quale erano in costante interazione.

Il pubblico era rumoroso, partecipava attivamente allo spettacolo, interveniva controbattendo gli attori e discutendo sulle situazioni sceniche, mangiava,(venivano offerte arance, mele,noci e birra) beveva, fumava e faceva persino all’amore.…

In altri termini il pubblico era chiamato a partecipare attivamente allo svolgimento del dramma, affinchè il pensiero fantastico potesse essere humus per una trasformazione alchemica in vita vissuta, e non sterile finzione

Non esisteva un sipario, non avvenivano veri e propri cambiamenti di scena, in quanto la scena elisabettiana era metaforica, simbolica, perchè alludeva a ciò che non era visibile. Essa,Infatti, laddove non era possibile ricorrere a cambiamenti di scena, si esprimeva attraverso il linguaggio sineddochico, dove poche elementi rinviavano al tutto,

Questa scena, come meglio vedremo nella seconda parte di questo lavoro, non può non rammentarci l'altra scena, quella giocata nella rappresentazione del genogramma, anch'essa essenziale, dove pochi elementi rinviano al tutto di quel particolare sistema familiare plurigenerazionale.

La risposta del pubblico elisabettiano era ad alta e complessa partecipazione, infatti l'illusione drammatica non era mai totale, al punto che Bethell la definisce multicosciente.18

Non a caso la presenza in scena dei ragazzi che recitavano le parti femminili spesso veniva marcata come incongrua, in modo da far apparire l’attore dietro il personaggio.

Inoltre, attraverso la presenza di attori adulti accanto ai giovani con i riferimenti metatreatali nel testo e nelle inductions (cornici diegetiche che introducono a mo’ di prologo l’azione principale del dramma)si sottolineava l’artificialità della situazione.…..Si alternavano quindi momenti verosimili a momenti non illusionistici dove il falso è osteso

.Quante volte, nel corso degli incontri, l'ostensione del falso è il momento metacomunicativo in cui l'operatore chiarisce al cliente aspetti impliciti e non verbali emersi durante il colloquio, diretti a mettere in contatto con il proprio sè il cliente:il tutto affidato alla relazione emozionale tra quest'ultimo e l'operatore e alla forza della co-costruzione di una narrazione, che possa essere humus per una trasformazione alchemica verso una vita più integrata e soddisfacente. Basti pensare al disvelamento dei pacchetti e dei segreti - monumento, di cui abbiamo detto.

 

Il Teatro e il potere..



 



Elisabetta non aveva un esercito e nemmeno una rudimentale burocrazia, per cui il suo potere era soggetto a continue negoziazioni.

Riusciva a mantenere il trono, dedicandosi alle arti della persuasione, dirigendole verso l’ardua e costante venerazione del Corpo politico.

Il potere regale dipendeva dalla sua visibilità privilegiata, come l’ha definita Stephen Greenblatt, d’altro canto la stessa Elisabetta aveva detto al pubblico dei Lords e dei Comuni……”Noi principi stiamo sul palcoscenico, sotto gli occhi del mondo intero.” Non a caso, nelle sale teatrali vi era un’area mediana rappresentata” da un sontuoso baldacchino occupato dal re che diventava emblematicamente e fisicamente centro e vertice gerarchico di coloro che lo circondano”

Come dice M.Foucault”tradizionalmente il potere è ciò che si vede, ciò che si mostra, ciò che si manifesta e, in modo paradossale, trova il principio della sua forza nel gesto con cui la ostenta”20

Il potere tanto icasticamente rappresentato da Foucault ,attraverso il gesto con cui lo ostenta, mi fa immediatamente pensare, al potere del linguaggio e ai metodi di controllo cui esso è sottoposto e cioè le procedure d'esclusione che consistono nel fatto che “in ogni società la produzione del discorso è insieme controllata, selezionata, organizzata e distribuita tramite un certo numero di procedure,che hanno la funzione di scongiurararne i poteri e pericoli, di padroneggiare l'evento aleatorio, di schivarne la pesante temibile materialità”21

:Infatti il folle è colui il cui discorso non ha diritto di circolare, se non attraverso una serie di filtri, quali la competenza dell'esperto, strumenti diagnostici e tutto un insieme di pratiche.specialistiche, senza le quali è sottoposto al rigetto.

Wite , non a caso, ritiene che i discorsi sulla salute mentale hanno sul vissuto dei pazienti un forte potere suggestivo e prescrittivo, soprattutto nelle pratiche legittimate quali esclusione e reclusione. Egli dice, inoltre, che attraverso la diagnosi, vero strumento di invalidazione dell'altro, si strutturano identita acquisite, creando stigma ed etichettatura.

Pensiamo a cosa accade nelle scienze sociali rispetto all'uso del linguaggio e al fatto che esso, come dice Thomas Szasz, riveste tre funzioni principali:trasmettere informazioni, indurre stati d'animo, provocare azioni.

A differenza delle scienze fisiche in cui il linguaggio è descrittivo ed utilizza il registro della spiegazione, diretto a dire come sono le cose, il linguaggio nelle scienze sociali è usato non solo in senso descrittivo ma anche promotore, (direi perlocutorio) diretto a dire non solo come sono le cose, ma anche come dovrebbero essere. La mancanza di chiarezza, quando il linguaggio viene usato per influenzare la gente, è funzionale all'uopo.

Sempre T: Szasz , a mio avviso, giustamente afferma che le scienze sociali e fra esse la psichiatria si dedicano allo studio di come la gente si influenza reciprocamente, conseguentemente l'uso promotore del linguaggio diventa fondativo nelle osservazioni utilizzate.

Ma dette scienze non hanno un idioma specializzato loro proprio, in quanto esse fanno uso del linguaggio comune,che è ovviamente impreciso e quindi si presta ad uso di tipo promotore..

Così le descrizioni psichiatriche e sociologiche utilizzano affermazioni promotorie camuffate da asserzioni cognitive.

In altri termini, mentre pretendono di descrivere una condotta , gli psichiatri spesso la consigliano.

Chiamare una persona malata mentale, ne è un esempio:afferma e sottintende che il suo comportamento è inaccettabile e che dovrebbe comportarsi in maniera diversa, cioè più accettabile”23

Szatz osserva, e ciò mi sembra molto interessante, che la psichiatria, considerato il fatto che la sua competenza riguarda la condotta personale e il controllo sociale, non le malattie del corpo e il controllo medico, dovrebbe ridefinire e rielaborare le sue teorie e le sue pratiche in una struttura e in un linguaggio morali e psicosociali.

Tutto ciò potrebbe evidenziare le differenze fra uomo sociale e uomo biologico anziché le loro somiglianze.24

L'approccio sistemico, ma non solo, tanto per citarne uno che mi riguarda sta tentando di fare tutto questo e da parecchi anni.

Non è un caso, che Bateson fosse molto diffidente rispetto al tentativo di fare scienza sociale applicata,.

Al fasto della corte elisabettiana sulla scena teatrale, suggestivo, seduttivo e prescrittivo, quì troviamo l'altro fasto altrettanto suggestivo, seduttivo, prescrittivo, quello della parola manipolatrice , ma non è certo questo il caso dei contesti di cura e /o del prendersi cura , dove è necessario ed auspicabile aver acquisito già un modo di essere e di sentirsi parte danzante di una danza di parti interagenti, quello dell'estetica della relazione,della conoscenza per sensibilità ,di batesoniana memoria .

Ora passiamo alla seconda parte, in cui svilupperò meglio alcuni temi quì già introdotti , utilizzando sempre il metodo dei sillogismi in erba e cioè delle connessioni, delle giustapposizioni con la storiografia elisabettiana

 

11987 G.Bateson e Bateson M C, Dove gli angeli esitano, pag 312 Adelphi, Milano, 1989

2 1987, Bateson e Bateson M C, Dove gli angeli esitano, Adelphi, Milano, 1989

3Bateson e Bateson, op. citata pagg.47-53

4G.Bateson , Verso un 'ecologia della mente, ibidem pagg.160, 161

5 1985 J .M. Lotman.,La semiosfera ,Marsilio , Venezia

61E. Lemaire -Arnaud, “Utilitè du genogramme pour la mise au jour des phenomènes transgènè rationnels, in Dialogue, n.89, 1985, pp.4-7 in S. Montagano, A. Pazzaglia , Il genogramma pag 147, ed F. Angeli 2006

7Ibidem pagg.147, 148

82006 S. Montagano, A. Pazzaglia, Il genogramma, dalla prefazione di Vittorio Cigoli, pag. 12

91986 M. Segalen, F. Zonabend, familles en France, in Histoire de la famille, Colin, Paris, pag 514

10 1997 Marco De Marinis,Capire il teatro, pag 42 ,ed Ponte alle Grazie, spa Firenze,

111978 J Le Goff Documento/Monumento in Encuiclopedia Einaudi, vol.IV , Einaudi , Torino

12Ibidem, pag 130

131998 M. Foucault Storia della Follia nell'Età Classica, pag.16 ed Rizzoli

141994, Loretta Innocenti, Il teatro elisabettiano, pagg.18, 19 ed Il Mulino

15 drammi sacri caratterizzati i primi da temi tratti dalla Bibbia e gli altri sorti tra la fine del quattrocento e gli inizi del cinquecento da motivi tratti dalla danza macabra e dalla tradizione dell’omelia e dell’Ars Moriendi, rappresentano in particolare la lotta tra il bene e il male per la conquista dell’anima umana)

16A Gurr The ShaKespearean Stage pag 27-33

171990 Wite, M., Epston, D Narrative Means to Therapeutic Ends. New York, Norton e Cmpany

18Loretta Innocenti, op. citata, pag 313

19Loretta Innocenti, op citata, pag 308

201976 M. Foucault, Sorvegliare e punire, pag 205, Einaudi, Torino

211072, M. Foucault L'ordine del discorso, pag. 9 Einaudi

222002 Connessioni n. 10 marzo Rivista di Consulenza e Ricerca Sui Sistemi Umani ,Centro Milanese Terapia della Famiglia

231974 Thomas S. Szasz, Disumanizzazione dell'uomo, pag 80, 81 ed Feltrinelli

24Ibidem pagg 94,                 






Ricostruire i testi :il modello elisabettiano e la storiografia del genogramma

 






In una famiglia i bambini e i cani sanno tutto,
sempre e soprattutto quello che non viene detto.

Francoise Dolto


Dopo questa lunga introduzione narrativa, vediamo di procedere verso quella rotta, quella struttura che connette, parafrasando il pensiero di Bateson ,dal quale ho tratto spunto, me, la mia epistemologia con la e minuscola, e cioè le mie abitudini di pensiero, lo storiografo del teatro elisabettiano, i contesti di cura e /o del prendersi cura, il cliente- testo -attore-spettatore da un lato e tutti e cinque con la mia formazione sistemico-relazionale, la mia passione teatrale per quel teatro, la mia storia familiare, Counseling italia e tutti coloro che leggendo quest'articolo sentiranno il loro pensiero vago pronto per altre abduzioni. Vediamo cosa accade nei contesti di cura e o del prendersi cura e cioè, come il terapeuta e /o counselor, nell'ottica costruzionista si accosta alla domanda del cliente e come questo setting è giustapponibile per alcuni aspetti a quelllo dello storiografo che studia e interpreta i testi del teatro elisaabettiano.

Come dice R.Carli ,” a differenza della clinica sanitaria dove la domanda può essere accettata e validata dal medico oppure rifiutata perché incongrua rispetto al procedimento diagnostico e terapeutico, il vero sintomo del paziente è la domanda, e come essa si

presenta, si declina e si dispiega, nel rapporto con lo psicologo stesso.”

Che significa?

Significa che quella domanda che porta il cliente, spesso è solo un canovaccio, in cui sono impressi alcuni segnali che rinviano ad un disagio, ad una sofferenza che si è come irrigidita nel tempo e che chiede all'operatore di essere ri-narrata, magari allargando il contesto storico di quella trama , per un finale diverso.

Gli scenari, che hanno fatto da sfondo a quel disagio a quella sofferenza sono spesso imperscrutabili, perchè l'orizzonte di una storicità intergenerazionalegene, come vedremo, non può che creare aree di illusione e di confusione, come gli scenari teatrali elisabettiani, lontani e impermanenti, fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni

 Cosa deve fare l'operatore terapeuta – counselor - storiografo, se non trasformare quel canovaccio in un testo per una rappresentazione, per una messa in scena in unsetting essenziale, affidato alla forza rappresentativa che l'utente attore, ma anche spettatore e l'operatore co-costruiranno insieme.

Un contesto di cura e o del prendersi cura che si attaglia alla storiografia elisabettiana per somiglianza è quello condotto attraverso il genogramma, assimilabile, a mio avviso, al pensiero della narrazione, tipico del mito e che rientra come tale nel pensiero vago, di cui ho detto in premessa, sceneggiato e giocato sull'asse trigenerazionale.

Il genogramma in genere è uno strumento utilizzato nella formazione dei terapisti, nel corso di una terapia familiare o di coppia

La prospettiva storica del genogramma permette di fare in un certo senso archeologia, ma anche epistemologia in quanto aiuta a scoprire l''Apprendimento” di un determinato “schema relazionale”, attraverso le vicende delle generazioni precedenti.1

Qui la nozione di apprendimento è da riconnetersi all'epistemologia di G..Bateson, che definiva il cosiddetto apprendimento due o deuteroapprendimento una maniera di segmentare l'esperienza e quindi di strutturare determinate abitudini mentali, attraverso sequenze di relazioni apprese nell'ambito familiare:esso è inconscio e come tale inestirpabile.

Cos'è il genogramma?..

Secondo la definizione di Vittorio Cigoli”un'unità organizzata di relazioni tra elementi, azioni e individui da luogo ad un sistema.” Una famiglia plurigenerazionale può essere assimilata a un sistema, appunto per questo definibile, non più albero genealogico,( evidenzia situazioni modificabili solo da accadimenti anagrafici, che lasciano immutata l'appartenenza) ma genogramma, in quanto è una forma di rappresentazione dell'albero genealogico che registra informazioni sui membri di una famiglia e sulle loro relazioni nel corso di almeno tre generazioni..(si ritiene che sia sufficiente la considerazione dei tre livelli generazionali e quindi le tre generazioni contemporaneamente in vita e cioè nonno, genitore, figlio.).

Nel bellissimo libro ”La sindrome degli antenati”, contrassegnato nell'incipit da un pensiero di Sant'Agostino che recita significativamente così ”I morti non sono assenti, sono esseri invisibili”, Anne Ancelin Schutzenberger, in quello che Lei definisce genosociogramma, cioè, una rappresentazione sociometrica affettiva transgenerazionale in forma di albero genealogico familiare, ricostruisce il passato, retrocedendo, addirittura di due secoli, da sette a nove generazioni.

Pare, come dice la medesima, che il genogramma sia nato dalle riflessioni sui legami familiari complessi e sull'atomo sociale che è il mondo personale e familiare del cliente, elaborate da Moreno.2

Il genogramma mette in evidenza graficamente le informazioni della famiglia, in modo da offrire una rapida visione di insieme dei complessi patterns familiari.”3

Esso è desituato dalle dalle famose unità aristoteliche, ovviamente, perche la memoria emotiva ripercorre ricordi sensazioni, emozioni, attraverso libere associazioni, che non possono rispettare quelle regole..

Anzi, la memoria diventa una struttura speculare, in cui si intrecciano e si embricano in una interazione costante passato presente e futuro.

Pochi elementi simbolici ,per esempio il quadrato rappresenta la persona di sesso maschile, mentre il cerchio quella di sesso femminile, rinviano al tutto.

Quindi, una scena scarna, essenziale, sinnedochica, come quella elisabettiana, vero reperto archeologico, in cui l'operatore- storiografo interpreta il complesso reticolo di sistemi segnici, necessario a colmare le carenze documentarie e l 'impermanenza di scene familiari del passato, fatte della sostanza di cui sono fatti i sogni.,(la semiosfera di Lotman) che caratterizzano quella cultura familiare, nelle sue varie maniere di essere nel mondo.

Quest'approccio consente di verificare le differenze tra culture familiari diverse, che sole, come dice Margaret Mead, consentono la comprensione della diversità,.

Ida Magli osserva, a sua volta, come “l'antropologia ha profondamente influenzato in Francia il metodo storico, facendo emergere a dignità di storia anche tutti quei costumi, quelle regole, quelle istituzioni, che, se erano importanti nei gruppi etnologici, non erano mai stati presi in sufficiente considerazione nel fare la storia dei popoli civili.” 4

Il metodo storico consente così di recuperare le strutture profonde dell'esistenza di un gruppo, di attualizzare attraverso la memoria le strutture portanti che danno senso ai comportamenti di un individuo e al suo sistema familiare di appartenenza, che rimarebbero altrimenti quasi del tutto incomprensibili.

Vediamo come si articola questo strumento affascinante, in grado di esemplificare in un'immagine visiva i diversi piani generazionali, in un atmosfera di grande partecipazione emotiva, essenziale come la scena elisabettiana, in cui nessuna quarta parete si frappone fra operatore e utente-utenti, intenti, insieme, a co-costruire quella rappresentazione scenica che è il genogramma

Una semplice T, che rappresenta l'albero genealogico della famiglia, definito attraverso una descrizione articolata e complessa della struttura familiare.

Essa identifica i vari sottosistemi, come l'età e l'intreccio delle parentele, oltre alla rappresentazione simbolica di matrimoni, nascite, aborti, divorzi, separazioni, morti.

Il tutto associato a simboli e segni raffiiguranti i nomi, l'età, il sesso di tutti i componenti della famiglia, oltre anche alla indicazione di persone che hanno rivestito un'importanza affettiva di .tipo parafamiliare, come può essere stato un amico...fraterno, una tata ..nonna o zia ecc..

.A volte, nel prospetto, si possono aggiungere, se ritenute significative, annotazioni attinenti il titolo di studio e l'attività lavorativa..

Come lo storico elisabettiano, l'operatore, entrando in contatto con l'utente-utenti-testi , attraverso il filo della memoria emotiva, lo conduce verso la conoscenza di sé, della propria storia di appartenenza.

D'altro canto, come dice Euripide,un nothos, un bastardo, è un nulla, senza storia, senza nome.Invece questo viaggio della memoria consente di trasformare il canovaccio, in un testo sceneggiato, in cui vengono drammatizzate le relazioni familiari tra le generazioni, per restituire al cliente un più sano equilibrio tra appartenenza e individuazione.

E' chiaro, che l'operatore-storiografo elisabettiano deve saper selezionare i reperti documentari, quelli attinenti, deve essere attento agli aspetti verbali e non verbali del processo comunicativo..

Ciò significa che deve attenzionare le posture, i silenzi, le dimenticanze, le coincidenze, le ridondanze, le malattie, le ricorrenze importanti in quella particolare famiglia, i miti e i non detti, compresi i segreti, le cose indicibili, affinchè tutto acquisti un senso, o meglio altri sensi, perchè la persona possa vivere meglio il presente ed acquisire un migliore orientamento nel futuro.

Così, attraverso la rievocazione di personaggi, vicende, si consente al cliente di ricostruire nessi tra gli eventi, in modo da riconnetterli ad una realtà multilivellare, intreccio tra emozioni e cognizioni,(quale era quella multilivellare, rappresentata dal teatro elisabettiano) che connette ed embrica tra di loro le generazioni in un complesso intreccio tra i testi-documenti simbolici presentati dall'utente e il testo delll'operatore storiografo, (la propria famiglia interiore) ricorsivamente ad essi connesso.

Spetta all'operatore -storiografo dare senso alle potenzialità semantiche e informative dei testi presentati dal cliente, “indagando le loro zone d'ombra, di implicito, di presupposto e di non detto, riducendo i loro margini di ambigutà.......Si potrebbe dire che il compito dello operatore-storico consiste nel trasformare il documento da oggetto materiale, e come tale appunto inesauribile, indefinitamente interpretabile, in un oggetto di conoscenza(o di cultura, mediante l'adozione di precise pertinenze di letture,5 importanti rispetto a quella che è la prospettiva evolutiva del genogramma

Direi un oggetto co-costruito dallo studioso, e dall'utente- utenti-testi insieme.(altrimenti l'operatore agirebbe in un ottica di colonizzazione).In altri termini nel processo interpretativo di qualunque testo è la stessa verità del testo che dipende dall'interpretazione e non viceversa.

Il testo quindi, comunque lo si indaghi ,non può essere letto nell'orizzonte di un assoluta ed atemporale oggettività, perchè porterà sempre le stimmate della soggettività dello studioso, che non potrà mai porsi fuori dal suo oggetto.

Quanto detto, è altrettanto valido nelle teorie della comunicazione più recenti, cioè quelle costruzioniste, per cui i significati e le identità nascono ontologicamente relazionali, quindi diventa impossibile, non includere l'osservatore nel campo di osservazione.

Il sé si definisce all'interno degli scambi conversazionali, che scandiscono la nostra maniera di essere nel mondo e l'identità è il risultato delle co-costruzioni che avvegono attraverso l'ineliminabile intersoggettività delle storie che ci raccontiamo.

E ciò è vero dall'ermeneutica all' epistemologia batesoniana, alla cibernetica di secondo ordine fino alla metafora narrativa di Wite, che vede nell'organizzzazione e nell'interpretazione dell'esperienza il risultato dei racconti sia a se stessi sia tra le le persone.

Esistono storie dominanti saturate dal problema e storie nuove alternative non saturate dal problema , “storie uniche”e l'idea corale è che “il soggetto non è il portatore dell'a priori kantiano, ma l'erede di un linguaggio storico finito che rende possibile e condiziona il suo accesso a sé stesso e al mondo”.6

Chi racconta la sua storia ne prende coscienza nel momento che ne fa una sua testimonianza.,come lo storico che per i greci era colui che aveva visto, così il ricercare nessi tra i fatti è funzionale a ricercarne e svelarne il senso che li percorre.

Anzi, essi diventano storia, quando il loro senso viene assunto nell'orizzonte coscienziale dell'uomo..

Da qui la prospettiva evoluitva del genogramma diretto a riscrivere la propria storia di appartenenza familiare: un epifania laica, volta a ristabilire un giusto equilibrio tra appartenenza e individuazione.

Le Goff ci rammenta che ogni storia è un vedere, il racconto di chi ha visto,sentito, e nel nostro caso provato.E' la passione che fa da filtro allo sguardo7.

IIl filosofo Gadamer, citando una frase di Hans Lipps, secondo cui qualunque enunciazione linguistica lascia sempre un “ambito sottinteso”, dice che detto ambito può essere connotato come ”l'infinito del non detto”, intendendo con questa espressione riferirsi al fatto che nessuna semeiotizzazione è esaustiva, completa e chiara , in quanto la parola spesso veicola significati potenziali, non formulati e quindi aperti a nuove interpretazioni.

 D'altro canto il dibattito sull'ontologia del sé ha portato alla moderna ipotesi dei sé molteplici, al punto che Markus e Nurius nel 1986 descrivono l'essere umano come una colonia di sé possibili, compresi quelli rigettati e indesiderati.

 Boscolo e Bertrando (1996), a proposito della terapia individuale sistemica la definiscono come una dialettica a tre, fra il terapeuta, il paziente e le sua voci interne.8

In questo caso le sue voci interne, sono i suoi ricordi, le sue emozioni, le sue sensazioni, che possiamo sicuramente connetterli a quel principio epigenetico che ci indica come le interazioni e le relazioni attuali di una famiglia sono come le matrioske, intrecciate embricate con quelle precedenti, in modo tale che non si può dire delle prime senza ricollegarle alle altre.

 Un intreccio quindi tra i propri lettori di vita, (come li chiama Genziana Ghelli) e cioè coloro con cui si sviluppano i primi rapporti affettivi e di accudimento ed altri lettori di vita, che sono gli ascendenti, cui ci lega un filo sottile, a volte inattingibile, ma quanto mai reale.9

Ogni persona possiede almeno tre archivi di memoria che la caratterizzano e che condizionano anche la sua maniera di abitare il mondo.

Essi sono. l'archivio post natale che comprende i dati della quotidianità dal momento della nascita; l 'archivio prenatale acquisito durante la vita intrauterina, che comprende i dati chimici condivisi con la madre e quelli veicolati attraverso il liquido amniotico, come la voce materna e i rumori dell'ambiente; infine l'archivio genetico attinente la memoria cellulare che comprende non solo l'ereditarietà fisica contenuta nel DNA, ma anche,se la mente influenza il soma e viceversa, anche i dati psichici diventate tracce genetiche.

 Bert Hellinger chiama nelle sue costellazioni,quest'archivio di memoria cellulare, irretimento.

Questo collegamento, fa si che la persona che lo eredita giochi schemi di ripetizione di quella memoria, fino ad una leatà così profonda al proprio nucleo di appartenenza, da essere disposto anche a. morire 10

Riferisce Genziana Ghelli di aver rilevato connessioni molto significative tra patologie di fegato e rabbie relazionali tra parenti, tumori agli intestini e problemi successori in ordine all'eredità.

Anche di fronte ad un'apparente sterilità, l'impossibilità di procreare, è da rintracciare, a volte, nella storia intergenerazionale rinviata dal genogramma, in cui sembra fossero presenti bimbi orfani, trovatelli o adottati, oppure ripetuti aborti, spesso volontari.11

Quanto detto, è ovviamente solo indicativo, va valutato caso per caso,in ordine alla richiesta e alla problematica presentata dal cliente. In altri termini non possono essere formulati sillogismi in Barbara, ma solo sillogismi in erba!

Compito del terapeuta-counselor -storiografo, quindi, in ordine alla richiesta di aiuto, “non è contemplare uno spettacolo che si mostra da sé, ma è agire su questo spettacolo, perchè ceda il suo senso”.12

Come? In questo contesto narrativo- teatrale-conversazionale counselor e /o terapeuta, seppure in setting diversi, certamente attraverso l'attivazione del pensiero vago e non solo, coniugandolo con quello rigoroso, come ho detto in premessa.


Non a caso, lo scenario nei contesti di cura o del prendersi cura, anche qui, come quello elisabettiano, fonda la sua forza sulla capacità di evocare simbolicamente ciò che non è presente, attraverso la parola dell'utente testo-drammatico- attore- spettatore co-costruita con l'operatore-storiografo.

La conoscenza del mondo, infatti per il costruzionismo è espressione dei processi di costruzione linguistica: noi diamo senso alle cose attraverso scambi interpersonali storicizzati: il senso delle nostre costruzioni e quindi della conoscenza del mondo avviene attraverso il linguaggio..

Queste teorie, hanno portato,in particolare il gruppo della Scuola Milanese ad un approccio terapeutico, attraverso la conversazione fra terapeuti e consultanti secondo una modalità narrativa, che consente un arricchimento e una ristrutturazione del racconto, utilizzando il metodo della co-costruzione di storie, in modo che siano plausibili in quanto condivisibili sia dal cliente che da persone per lui significative, convincenti nel senso che riescano ad attivare il suo pensiero verso una ridefizione della sua precedente visione dei problemi, ed esteticamente coinvolgenti, tali, cioè, da coinvolgerli in una quotidianità più avvincente e più emozionante...

Stiamo ovviamente parlando di un setting che mette in gioco temi complessi che riguardano emozioni, simboli, percezioni, intuizioni, a volte indicibili, non semeiotizzabili e quindi, come tali, (a differenza delle Scienze della natura che attengono all'ordine della spiegazione, erklaren, con il quale si spiega appunto un fenomeno, dando a questo un significato mediante la sua riduzione all'ordine legale che la ragione stessa anticipa) appartenenti all'ordine della comprensione..(verstehen) e quindi all'ordine simbolico, che è proprio delle Scienze dello Spirito. L'ordine della comprensione apre, così, al senso del fenomeno, ne trascende la spiegazione e il significato, nella consapevolezza di oltrepassarli in quanto limiti stabiliti dalla ragione stessa.13

In questa prospettiva per il loro oggetto di studio, sia lo storiografo elisabettiano sia il terapeuta e/ o counselor non si muovono all'interno di quegli isomorfismi suggeriti dal pensiero vago e quindi non appartengono entrambi, per il loro oggetto di studio a quel registro di senso, inaugurato dal Verstehen?

Che significa?

Il senso di quanto detto lo trioviamo espresso con grande profondità da W Dilthey, che a proposito dell'ermeneutica, perchè di questo stiamo parlando, diceva ” comprendere non si riferisce al dato, ma al vissuto,(Erlebnis) che non è un fenomeno dato attraverso i sensi come riflesso del reale nella conoscenza, ma una connessione vissuta dentro di noi.14

Movere, delectare, docere, questi tre registri, erano costitutivi del Teatro Elisabettiano, in quanto, come abbiamo visto, la risposta del pubblico elisabettiano era ad alta e complessa partecipazione, infatti l'illusione drammatica non era mai totale, al punto che Bethell la definisce multicosciente.

Però, a questo punto, urge operare alcune differenze fondamentali.

Innanzitutto, quella relazione teatrale, senza la quarta parete, che rendeva meno asimmetrica la relazione attori -spettatori, comunque era diretta ad una manipolazione dello spettatore, (come qualunque teatro, basti pensare al teatro politico del Novecento, che cercava di spingere perlocutoriamente lo spettatore a vere e proprie scelte comportamentali) attraverso strategie seduttivo-persuasive, in quanto, salvo nei casi di avanguardistica provocazione, l'attore cerca sempre di piacere, di affascinare, di convincere.

Nel setting che attiene l'operatore di cura e /o del prendersi cura-storiografo elisabettiano, in questo caso regista dei suoi attori-spettatori, il movere, il delectare e il docere deve essere agito all'interno di una diversa cornice semantica, per attivare a vari livelli la risposta sia emotiva che razionale .

Vediamo come: l'operatore deve suscitare nel cliente forti emozioni, quindi movere, delectare, docere, per attivare un cambiamento fino ad arrivare ad una diversa percezione di sé, che, come dice Duccio Demetrio, non si verifica se non c'è un contenuto da apprendere, capire, usare, costruire, amare così coinvolgente da sviluppare una parte nuova o da rigenerare una parte sepolta.

Il tutto a condizione che la persona desideri appropriarsi di questo qualcosa, che ha il potere di animarlo e non solo di restituirgli un aspetto nuovo ai propri occhi, ma anche a quelli degli altri.15 ..

.E' ancora la passione che fa da filtro allo sguardo...ci rammenta Le Goff.

Bisogna, sempre ricordare, però, l'ammonimento di Bateson, che, nonostante si fosse sottoposto ad un'analisi junghiana, non nutriva molta simpatia per la psicoterapia, nella quale vedeva potenzialnmente sempre aperta la minaccia della manipolazione dell'altro.

.La figlia Mary Catherine riteneva che detta avversione fosse da riconnettere al fatto, che nel corso della seconda guerra mondiale, l'esercito avrebbe voluto che egli manipolasse i processi di comunicazione, per confondere e disinformare il nemico16

Bateson, comunque, nella psicoterapia vedeva una modalità diretta a cambiare le abitudini metacomunicative della persona “Prima della terapia il paziente pensa e agisce in base a un insieme di regole per la costruzione e la comprensione dei messaggi; dopo unaterapia riuscita, il paziente opera in base a diverso sistema di regole”17

Però quanto detto è da intendere nel senso che Bateson non ritiene che l'apprendimento due, di cui ho precedentamente detto, possa essere estirpato, ritiene solo che si può ampliare, l'orizzonte delle possibilità comportamentali attinenti la persona che, sarà …anche, oltre a....

Cioè, una persona timida, affiancherà, per esempio, al suo essere timida, anche comportamenti disinvolti, ma non significha che diventerà disinvolta!

Quello che non si deve mai perdere di vista, lo ribadisco, è la prospettiva etica nell'incontro di cura, che vieta la manipolazione dell'altro.

Essa, la prospettiva di cura e o del prendersi cura , come tale nella sua parte processuale ricade nel territorio del sacro, dove recupera insieme alla sacralità una sua dimensione rituale.

Infatti, l'assorta attenzione che il rito richiede, perchè sia convenientemente celebrato, “comporta l'aggiramento della coscienza e rappresenta quindi un aiuto ad accedere alla percezione estetica della natura sistemica del mondo.........in altri termini un aiuto ad accedere alla saggezza18”.

Alla fine in questo viaggio attraverso la memoria, transgenerazionale, rappresentato e rinarrato attraverso il genogramma, l'operatore deve saper agire quella saggezza sistemica che pervade in particolare l'ultima opera di Bateson, “Dove gli angeli esitano”,in

cui egli ci invita ad esitare , affinchè il processo di cura non sia ancorato alle logiche della ragione finalistica, che pure sono presenti specularmente nel cliente che chiede, con lo scopo di farsi aiutare e l'operatore con quello di aiutarlo.

Per Dove gli angeli esitano, c'è poi un altro problema, ancora, quello dell'uso scorretto delle idee....Pensa a quell'orribile faccenda che è la terapia familiare, con i terapeuti che fanno interventi paradossali, per modificare le persone e le famiglie, o che contano i “doppi vincoli”. I doppi vincoli non si possono contare”.19

Il processo, in altri termini, nel suo declinarsi lungo l'asse dell'incontro, deve essere “non finalistico, imprevedibile, largamente inconsapevole e caratterizzato da linguaggi non finalistici”20

L'operatore terapeuta e/o counselor deve seguire la propria sensibilità, le proprie emozioni, deve esitare a restringere in un concetto, in una diagnosi, in un'attribuzione di significato, il pensiero, non deve essere supponente rispetto al sapere, in quanto il suo lavoro è creativo e per somiglianza ricorda quello dell'artista.

E come l'artista, l'approccio dell'operatore  di cura, dovrà   essere estetico, fondato cioè sulla conoscenza per sensibilità, e ciò sarà possibile solo se è riuscito, prima di tutto lui, al di là di qualunque training, comunque necessario ed importante, "a fare della propria vita, con tutti i suoi limiti la propria passione".(Enzo Paci)

12006, Silvana Montagano, Alessandra Pazzagli,Il Genogramma, pag 67ed, Franco Angeli

22005, Anne Ancelin Schutzenberger, La sindrome degli antenati, pag 23, ed . Di Rienzo

31985, M. McGoldrick, F. G. Gerson, Genograms in Family Assessment, Norton, New York , London, pag 1

41981, Ida Magli , Introduzione a G. Duby, Il Matrimonio medievale, Il Saggiatore Milano

5Marco De Marinis, op. citata

62003 Sistemica , a cura di Umberta Telfener e Luca Casadio ,ad vocem Ermeneutica pag 316 ed Bollati Boringhieri

7J.Le Goff, Storia e memoria, Einaudi 2004,

8 Sistemica op citata, ad vocem Sè, I Sè ,pagg 452 , 453

92006 Genziana Ghelli, Riconoscersi nel rispetto degli avi , pag. 19

10Ibidem pag 81

11Ibidem pag. 63

122004, Umberto Galimberti, Il gioco delle opinioni, pag 109, ed Feltrinalli

131998 PAOLO FRANCESCO PIERI, DIZIONARIO JUNGHIANO, ad vocem comprendere, passim, ed Bollati Boringhieri

141999 Umberto Galimberti ,Psicologia ,Dizionario di psicologia , pag 381

151990 Demetrio D. L'età adulta, nuova Italia Scientifica Roma

162003, Giovanni Madonna, La psicoterapia attraverso Bateson pag 25, ed Bollati Boringhieri

17Bateson, Ecologia della mente op.citata, pag 232

18 Giovanni Madonna, op. citata, pag. 65

19Bateson e Bateson , op. citata, pag 307

202003, Giovanni Madonna, La psicoterapia attraverso Bateson, pag. 31, ed Bollati Boringhieri